Quando a perdere è il "candidato digitale"

Arezzo

Quando a perdere è il "candidato digitale"

21.06.2015 - 14:45

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Capita di seguire una campagna elettorale per diventare sindaco anche (e in prevalenza) sui social media. Di questi tempi succede. Sempre a più persone. Perché - è il caso di chi scrive - hai molti amici da una parte e dall’altra, anche “digitali”, perché “Arezzo è sempre Arezzo”, sei deformato professionalmente su web e poi i due candidati li conosci di persona da molti anni. Da più tempo “il Ghinelli”, assessore di punta della giunta Lucherini, che ha vinto; da meno tempo, ma intenso a sufficienza, Matteo Bracciali.
L’ultimo, giovane renziano della “città più renziana d’Italia”, ha perso al ballottaggio. L’esperto prof della facoltà d’ingegneria, è diventato sindaco dopo 9 anni dall’ultimo centrodestra. Ci sono, come è corretto, molte analisi sul fenomeno e crediamo che molte situazioni contingenti abbiano influito. Comunque l’ultimo ballottaggio (primo e unico) vinto dal centrosinistra risale a 20 anni fa quando ancora “si andava a votare” (Ricci allora prese oltre 33mila voti, oggi con poco più di 18mila si passa la paura), gli altri tre sono andati tutti al centrodestra (’99-2004-2015, Fanfani ha sempre vinto al primo turno).
E quello di domenica - questo il punto - ha visto la sconfitta del “candidato digitale” nell’epoca di internet. Bracciali non lo è perché ha la metà degli anni del Ghinelli (si può esser social anche a 80 e i supporter dell'ingegnere hanno utilizzato il mezzo perfino con trovate simpatiche) o perché un suo tweet era stato citato da Matteo Renzi all’assemblea nazionale del Pd nel dicembre 2013 diventando un video virale (“è il tweet di un mio amico…”). Bracciali e il centrosinistra hanno semplicemente scelto una campagna elettorale così: iper tecnologica, apparsa però eccessiva, quasi invadente (di certo forzata e quindi gelida) nei media sociali. Non c’entra l’abitudine, l’affronto alla tradizione, il vecchio contro il nuovo, una generazione a dispetto di un’altra (Arezzo ha avuto batterie di assessori giovanissimi e bravi negli ultimi 20 anni), ma la capacità di fondere tecnologia, contenuto e carisma in un messaggio penetrante e che rassicuri sul fatto che quel sindaco certi problemi sia capace di provare a risolverli. A molti così Bracciali è sembrato superficiale e forse distante (come persona invece, lui, non lo è), uno in cerca di nuove amicizie: uno spot, uno lontano, il nome su una maglietta. “All’americana”. Perché molti “democrat” di casa nostra continuano a cadere nella scorciatoia del “miraggio Obama” dimenticandosene i meccanismi che hanno rivoluzionato le regole della comunicazione politica attraverso il web, o confondendoli. Come questa volta.
Nel 2008 vinse le elezioni presidenziali statunitensi per la capacità di dialogo diretto privilegiato attraverso la rete, col web inizialmente capace di ridurre la distanza con i cittadini, quella parte della società cioè digitalizzata. Una campagna di comunicazione e di ascolto che si cala verso il basso (o così è impostata). Una parte di campagna elettorale integrata però al “porta a porta” più classico fatto dagli attivisti, con le banche dati utilizzate per inviare i migliori volontari (soprattutto all’ultimo sprint) dagli elettori “incerti”, i volontari più deboli a “tenere” gli elettori “sicuri” (sono sicuri solo se vanno a votare…) e lasciare perdere chi tanto non ti voterà mai.
E a Bracciali sarebbero bastati proprio i “suoi voti”, quelli ottenuti al primo turno, per vincere al ballottaggio. Un telefonino, da solo, a volte non basta.

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