Sergio Casagrande in bianco e nero

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Alitalia, ovvero: è l'Italia

29.04.2017 - 12:00

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La situazione di Alitalia è lo specchio del nostro Paese. L’azienda dal 2015 è privata. Ma se sta precipitando la colpa è, in primo luogo, di una zavorra creata nel passato dalla politica, dalle scelte della politica, dalle volontà della politica e dalle nomine della politica, che nel corso degli anni le hanno fatto perdere vertiginosamente quota. Poi ci sono state una classe sindacale miope e una fetta del personale ancorata a un mondo che non c’è più che ci hanno messo del loro. Idem per l’Italia. Un Paese in picchiata come la “sua” compagnia aerea. E il vero problema è che non si intravede, neppure all’orizzonte, un pilota che ispiri piena fiducia per affidargli la cloche e le ultime speranze per una risalita.

Quando è nata Alitalia, la compagnia era il vanto del Paese. Volare con Alitalia significava viaggiare coccolati, qualsiasi fosse la tariffa pagata. Significava apprezzare il meglio dell’ospitalità italiana; avvicinarsi alle eccellenze del nostro Paese.

Alitalia, per decenni, è stato il miglior biglietto da visita che siamo stato capaci di mostrare agli stranieri che, anche da molto lontano, venivano a scoprire il bello dell’Italia.

I dipendenti, dai piloti alle hostess, dai tecnici al personale di terra, erano i più preparati tra le compagnie aeree di tutto il mondo. E, giustamente, all’epoca, anche tra i più pagati. Alitalia era l’orgoglio di un Paese del quale tutti gli italiani andavano orgogliosi.

Poi le cose sono cambiate. Perché è cambiato il mondo. Ma chi gestiva l’Alitalia e chi guidava Il Paese è rimasto troppo a lungo con gli occhi chiusi e la testa tra le nuvole confidando di poter sfruttare in eterno la forza del vento del consenso. 

Ovvio, quindi, che prima o poi, finito il carburante, per un aereo trasformato ormai in un carrozzone, doveva esserci la picchiata. Una picchiata che ora rischia di essere davvero catastrofica perché non v’è più un paracadute a disposizione.

Quello offerto da Air France, l’unico forse davvero valido, è stato stracciato in nome di un rantolo di nazionalismo. Quello tentato dai capitani coraggiosi (davvero coraggiosi, visto che hanno tirato fuori il grano senza nemmeno poterlo poi far germogliare direttamente) è naufragato. Quello affidato agli arabi di Etihad  (accordo con cessione del 49%) dopo 3 anni non è riuscito né a risanare né a rendere competitiva l’azienda, né sulle rotte nazionali, né su quelle internazionali. E ha imposto a tutto il personale, delle divise che d’italiano hanno la firma, ma non il gusto e lo stile.

Alitalia, insomma, è in ginocchio. Come in ginocchio è il Paese. Ma entrambi, comunque, sperano di poter ancora tirare a campare. E in effetti un’apparente possibilità ancora ci sarebbe perché in ballo c’è pur sempre quel vento, ridotto a sospiro, del consenso.

Alitalia, per esempio, ha ancora 12mila dipendenti, più altrettanti nell’indotto che muove, più le loro famiglie. Un bacino, si stima, di almeno 60mila possibili elettori. E il Paese ha in vista le elezioni.

Probabile, quindi, che chi ha avuto a lungo in mano i comandi dell’Alitalia, la politica, dopo aver fatto digerire all’opinione pubblica che tutta la colpa del fallimento è dei lavoratori e degli esiti della loro risposta al referendum sul preaccordo sindacale, torni, direttamente o indirettamente, nella cabina di pilotaggio. Ma possiamo stare sicuri che, se accadrà così, non sarà nemmeno questa volta l’occasione per un nuovo decollo. Ci illuderemo forse di un momentaneo rimbalzo, ma lo schianto non verrà di certo scongiurato. Come rischia di accadere, d’altronde, per il Paese. Con la differenza che Alitalia è un’azienda che, per la sua natura, risponde prima di qualsiasi altro soggetto alle impietose leggi dell’economia e dei mercati. E la sua morte può essere reale e immediata.

Per far tornare a volare Alitalia, come per l’Italia, c'è bisogno di una rotta veramente nuova. Che non può essere tracciata ricalcando percorsi che hanno già ampiamente dimostrato di riservare solo conseguenze fallimentari.

La politica lo sa. Ma, poi, nelle sue azioni, continua a far finta di non sapere perché confida di poter sempre lasciare in mano il cerino a chi verrà.

Sergio Casagrande

sergio.casagrande@gruppocorriere.it

Twitter: @essecia

 

 

 

 

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