Paolo Bucciarelli Ducci

Arezzo

Bucciarelli Ducci, funerali in Duomo. Quell'intervista al Corriere

10.12.2014 - 06:05

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I funerali di Paolo Bucciarelli Ducci saranno celebrati giovedì alle 15 in Cattedrale. Il notaio si è spento al San Donato martedì mattina, aveva 66 anni. Grande commozione in città per la scomparsa di un professionista stimatissimo, impegnato in passato nella vita pubblica come consigliere comunale. E' stato Maestro di Campo alla Giostra del Saracino. Lascia la moglie e quattro figlie. Numerosi i messaggi di cordoglio e i ricordi di esponenti politici di ogni schieramento, con apprezzamento per l'integrità morale dell'uomo.

* * *

Nel 2007 Paolo Bucciarelli Ducci rilasciò questa intervista a tutto campo al Corriere di Arezzo per la rubrica 'Fuoco di fila' di Luca Serafini. Parlà del suo lavoro, del babbo Brunetto, della politica, della città, degli interessi e della famiglia. Vogliamo riproporla. Era iniziata la prima amministrazione Fanfani, dopo la fine della giunta Lucherini. E prima delle elezioni era stata possibile la sua candidatura a sindaco.

Paolo Bucciarelli Ducci: notaio, uomo di legge, di grande rigore e riconosciuta credibilità. Con un cognome importante. Le credenziali migliori per fare il sindaco. Avverrà mai?

“Per un impegno di quel tipo sarebbe necessario che venisse ritrovata una coesione riconducibile anche a posizioni diverse, per ispirazione e per metodi. Dalla ricerca di un equilibrio tra questi potrebbe nascere la premessa di un impegno che starebbe poi al senso di responsabilità e alla coerenza con i principi propri e il rispetto dei principi altrui, realizzare. In verità credo che difficilmente si potrà creare una condizione come quella descritta”.

Che sfiducia...

“Il fatto è che la politica non ha sinora dato prova di rappresentare le istanze di ovvia condivisione. Spesso gli strumenti della politica sono stati utilizzati per risolvere situazioni particolari”. 

Di suo padre, statista e magistrato, è stato detto e scritto molto. Dovesse sintetizzare a un giovane di oggi chi era Brunetto Bucciarelli Ducci, che parole sceglierebbe?

“Era una persona che ha dimostrato la capacità di creare e mantenere un equilibrio tra sensibilità nelle scelte avanzate sul piano delle riforme sociali, e la fermezza del rispetto della legge e della procedura. E’ riuscito cioè ad adeguare la regola precostituita alle esigenze che la  società manifestava, contribuendo così a renderla sempre più aderente alle aspettative del cittadino”.

Cosa la impressionava di suo babbo?

“Il senso di responsabilità per tutte le cariche che ha ricoperto, sentendole prima che come un onore, come un dovere da svolgere per rispondere a chi gli aveva conferito il mandato”.

Lei ritiene di aver seguito quel modello?

“Il mio sforzo è stato sempre quello di adeguare il mio impegno, anche professionale, all’esempio che ho avuto”.

Lei è stato presidente della Cat (commissione assetto del territorio): come si accorse che in germe c’erano i sintomi di Variantopoli?

“Come presidente della Cat ho valutato che alla fissazione di criteri obiettivi per lo svolgimento dell’attività della commissione - trattare le pratiche in ordine cronologico - seguivano reazioni scomposte, per me inspiegabili, di cui resi partecipi anche gli altri membri del gruppo consiliare. E tuttavia a queste mie preoccupazioni fu risposto prima con
l’invito, poi con pressioni sempre più esplicite, tendenti alle mie dimissioni da presidente. Che poi rassegnai”.

Come andrà a finire il processo?

“L’esito del processo, quale che sia, non rimarginerà mai la ferita inferta alla credibilità verso la classe politica da parte dei cittadini. Non so se la vicenda verrà dimenticata, tuttavia spero che la memoria dei cittadini conservi intatta la convinzione che l’unica garanzia è la presenza di regole certe, di cui ciascuno può controllare l’applicazione”.

E’ vero che lei doveva far parte della giunta Nepi, qualora il professore candidato del centrosinistra avesse vinto le elezioni nel 1999?

“Il professor Nepi manifestò la speranza che della sua giunta facessero parte anche persone che non avessero calcato la scena della politica. Ero tra queste e per la mia esperienza professionale avrei potuto dare un contributo, così come ho cercato di darlo alla seconda giunta Lucherini, questa volta presentandomi sotto un preciso simbolo, avendo tuttavia, ritengo, dato prova di autonomia responsabile e di coerenza, tra la mia azione amministrativa e la mia formazione”.

Il bilancio di quell’esperienza.

“E’ stata positiva, anche perché mi ha consentito di mettere a fuoco criteri di valutazione con cui giudicare all’interno di una componente politica, l’Udc, se e in quali casi la consonanza formale sugli ideali si sia potuta o meno tradurre coerentemente in scelte e prese di posizione rispetto ai temi della scena politica e sociale di Arezzo”.

Lei è notaio. L’idea diffusa di questa professione è che sia un lavoro di routine, carte e burocrazia, poco avvincente.

“E’ un’idea distorta. Quello che appare routine è il risultato finale dell’attività del notaio, l’aspetto semplicemente formale. Assai dinamico e appassionante è il procedimento che precede il perfezionamento dell’atto, che si sviluppa attraverso iter in cui la capacità del notaio si misura sia sul piano del rapporto umano che su quello della competenza giuridica”.

Le capitano spesso battaglie sull’eredità?

“Ho sempre consigliato di non fare testamento per contentare qualcuno o per punirlo. Il rispetto della volontà del testatore non si misura sulle aspettative degli eredi, ma sulla capacità di interpretare le ragioni che inducono una persona a manifestare efficacemente la propria volontà, una volta che non esiste più come soggetto fisico. L’effetto del testamento quindi va valutato sulla idoneità a tessere una regola per gli eredi alla quale peraltro questi, volendo, possono sottrarsi con la rinunzia o esercitando tutti i mezzi che la legge offre per la tutela dei loro diritti”.

Perché dopo la caduta di Lucherini non fu lei lo sfidante di Fanfani?

“Si creò un vuoto politico nel centrodestra, che l’ingegner Lucherini cercò di colmare con la sua iniziativa di formare una lista civica; la reazione del centrodestra fu di lanciare la candidatura dell’avvocato Ammirati, che occupò l’attenzione dell’opinione pubblica per un mese, dopodiché mi fu richiesto di candidarmi, ma la mia disponibilità era subordinata alla
possibilità di farlo sotto il segno dell’Udc. Questa mia richiesta non venne accolta. E fu il motivo del ritiro della mia disponibilità”.

Un consiglio al sindaco Fanfani.

“Condivido, per aver adottato lo stesso criterio, l’iniziativa di aver adottato “un fermo biologico” alla frenetica attività edilizia. Ciò ha fatto emergere e continuerà a farlo il “grido di dolore” degli operatori del settore, che sembrano più preoccupati ad aprire cantieri che non della reale domanda di edifici sia a uso abitativo che produttivo. Come già illustrato nel programma elettorale dell’Udc alle amministrative 2004, l’industria delle costruzioni deve essere intesa come strumento di crescita complessiva dell’economia della città, che non può fondarsi solo sull’edilizia abitativa, ma richiede la realizzazione di importanti infrastrutture per sostituire quelle tradizionali e creare nuove possibilità di occupazione e sviluppo”.

A cosa allude?

“Ad esempio all’interporto, che per come mi è dato di valutare, stenta a decollare almeno rispetto alle dimensioni dei progetti approvati nella
consiliatura 1999-2004”.

L’hobby.

“La campagna. E il lavoro”.

Gli affetti.

“Siamo una famiglia molto unita, anche grazie alla dialettica che si svolge, in un nucleo composto di moglie e quattro figlie”.

Saracino. Lei è stato maestro di campo. Lo segue ancora?

“Sì e mi appassiona vedere come l’amministrazione comunale ne abbia fatto un motivo di diffusione della conoscenza dei beni culturali della città. Il mio cuore batte per Santo Spirito... tendo sempre la mano ai più deboli”.

Lo sport.

“Equitazione da campagna. Mi permette di riscoprire gli itinerari che la nostra gente percorreva un tempo al seguito delle greggi, dal Casentino e dalla Valtiberina verso la Maremma. Attività fisica e conoscenza del territorio”.

Credente?

“Credente e praticante. Sempre più convinto dello sforzo crescente di tradurre i principi della formazione in testimonianze concrete. Tuttora non rassegnato a credere che non sia possibile, nonostante la mia recente esperienza politica”.

La cosa di Arezzo che ama di più?

“Il clima di familiarità e confidenza nei rapporti sociali, indipendentemente dalle posizioni formali”.

Quella che detesta?

“La critica inutile e fine a se stessa. La polemica sterile che non costruisce nulla ma serve solo agli inganni di chi non ha coraggio”.

Ma se un giorno diventasse sindaco, da che parte si farebbe?

“Vorrei colmare gli squilibri tra le classi sociali garantendo a quanti più possibile la sicurezza di casa, lavoro, assistenza sociale e istruzione”.

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