Il no a Vicenza, un danno di 212 milioni

Il no a Vicenza, un danno di 212 milioni

15.10.2017 - 13:03

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Questa volta i conti esatti li  ha fatti il commissario liquidatore di BancaEtruria, Giuseppe Santoni. Il rifiuto dell’offerta di acquisto per contanti, a un euro per azione, del 90 per cento del capitale azionario di BancaEtruria , annunciata il 28 maggio del 2014 dalla Popolare di Vicenza, “ha provocato un mancato introito di 212 milioni”. Nella sua citazione, Santoni , non essendo suo compito, non può preoccuparsi, come fa chi si preoccupa ogni volta che si ricorda una grande occasione mancata, dello stato di salute delle banche venete. Fa semplicemente due conti, moltiplica il numero di azioni possedute dai soci di BancaEtruria il 28 maggio del 2014 per un euro ,quanto avrebbe offerto  ai soci di BancaEtruria  la banca Vicentina per ogni azione: che poi  pagarla un euro volesse dire premiarla del 25,8 in più rispetto al prezzo ufficiale in Borsa nel giorno dell’annuncio dell’Opa, non fa che avallare l’ipotesi,  respinta dall’ultimo Cda di BancaEtruria, guidato da Lorenzo Rosi, con Pierluigi Boschi vicepresidente, senza neanche consultare l’assemblea dei soci, che l’adesione degli azionisti avrebbe raggiunto o superato, quota 90 per cento. La quota minima fissata perché l’Opa avesse successo. I 65 mila azionisti avrebbero comunque avuto la libertà di scegliere se fosse conveniente o no intascare il 25 per cento in più di quello che offriva il mercato. Per loro decise – lo ricorda Santoni nella sua citazione – il  Cda che avallò il parere del presidente Rosi, rifiutando l’offerta , prima ancora che scadesse il termine per una valutazione fissato dalla Popolare di Vicenza per il 12 Giugno. “Una decisione dolosa  o gravemente colposa – afferma Santoni nella sua citazione da commissario liquidatorio- nonostante l’assoluta urgenza  di una operazione indicata come unica via d’uscita dall’Autorità di Vigilanza”. Se sia stata dolosa o colposa sarà il tribunale civile di Roma  a deciderlo.  Che la fusione con Vicenza  fosse l’unica via di uscita, era un dubbio che più volte ha posto ai suoi lettori il Cannocchiale. Anche quando il sindaco Fanfani si metteva a capo della rivolta antivicentina scattata nell’aula del consiglio comunale in nome di una malintesa tutela delle radici della Banca, poi sradicate in mezzo alla gogna mediatica  seguita  alla mannaia del bail in firmato da Renzi e Padoan il 22 novembre del 2015, primo e unico in Europa. Quasi che fosse confezionato su misura per le quattro banche messe in risoluzione, tre delle quali pagate da Ubibanca un euro in tutto, non i 212 milioni che avrebbero intascato i soci di BancaEtruria dalla Popolare di Vicenza. E neanche il miliardo e mezzo che BancaIntesa ha speso per salvare la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che mai Gentiloni si è sognato di mettere in risoluzione. Erano anche le banche venete in crisi profonda, ma non hanno avuto come BancaEtruria il loro 22 novembre. Il prossimo a Vicenza lo festeggeranno con BancaIntesa che, dopo aver speso un miliardo e mezzo, per salvare le Banche venete ha messo altri 100 milioni a disposizione dei clienti che hanno perso investendo in azioni.  Nessun problema per chi ha investito in obbligazioni. Come dire che l’opa di Bpvi su BancaEtruria a un euro per azione non sarebbe stata solo una manna per i 65 mila soci della Popolare aretina, sarebbe stata una via d’uscita verso il rifugio sicuro di BancaIntesa anche per gli obbligazionisti di BancaEtruria.  Azzerati. Che sia anche questa “una decisione gravemente colposa”?

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