Il pernacchio di Clark Gabbani

Il pernacchio di Clark Gabbani

15.02.2017 - 10:55

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A me il sorriso sfacciato, i baffetti impenitenti e la brillantina di Francesco Gabbani ricordano Clark Gable, quello per intenderci della battuta finale di Via col vento, quando a Rossella O' Hara in lacrime rifila un “Frankly, my dear, I don’t give a damn”, da noi immortalato con un “Francamente me ne infischio”. Questa è l’impressione che lascia Occidentalis Karma la canzone che ha vinto Sanremo 67. Il titolo, se al posto dello scugnizzo saltellante originario forse non a caso di Carrara, città agli albori storici dell’anarchia, ci fosse stato Franco Battiato, avrebbe dato luogo a esegesi approfondite con strati di testi ponderosi tirati in ballo per spiegare la ricerca di un centro di gravità permanente o capire l’era del cinghiale bianco. Per lui, al momento, non si annunciano convegni. Fatto è che Francesco non ha nulla della pensierosa voce di cantore-filosofo, già ardito sperimentatore di consonanze e soprattutto dissonanze con Foetus e Pollution, proiettato sulle onde ineffabili e misteriosamente armoniche del cosmo, sensibile alle punte mistiche del al sufismo, nutrito dalla quotidiana frequentazione con il filosofo Manlio Sgalambro...
No, la storia di Francesco Gabbani sembra proprio un’altra. Le cronache lo dicono figlio del gestore di un negozio di strumenti musicale, asilo dalle suore, a scuola non oltre la maturità e un Dams appena iniziato, appassionato di batteria, prima, e di chitarra, poi, il sodalizio del gruppo i Trikobalto, che nel nome ricorda una reazione chimica esplosiva, cover irriverenti, giochi di parole come Greitest Iz, il primo album da solista, il successo nelle Nuove Proposte, con annesso Premio della Critica, a Sanremo 66 con Amen, un brano - Il bambino col fucile - scritto e suonato per Le migliori, l’impresa comune di Celentano-Mina, le canzoni della colonna sonora di Poveri ma ricchi di Fausto Brizi, fino al botto dell’ultimo Festival. Insomma, Gabbani ha camminato, compone e scrive le sue canzoni, ha un corpo da esibizione sul palco e - basta leggere i testi e le sue dichiarazioni - ama le filosofie orientali e zen: “La cultura occidentale - ha detto - tende a renderci troppo cervellotici, finiamo con l’analizzare solo gli aspetti negativi della vita. E questo ci condiziona, perché abbiamo troppa paura. Del giudizio degli altri, di noi stessi, del futuro”.Siamo di fronte a una psico-socio-filosofia che rifiuta l’analisi per le tangenti della sintesi? Oddio, calma con le parole, Gabbani è un post-Battiato che fa di tutto per non prendersi sul serio. Le piroette del suo corpo-faccia si intrecciano con le parole di una canzone-appello che gioca con Amleto e sugli inciampi dell’evoluzione e, mentre una scimmia gli balla accanto, lui irride al conformismo del web e dei selfie, convoca Buddha e i Nirvana e alla fine chiude con uno sberleffo situazionista per il quale scomoda Eraclito e Gene Kelly, “comunque vada panta rei and singing in the rain”. Clark Gabba gioca, prende e butta dentro il suo frullatore ironico fino al sarcasmo e, secondo me, se la ride di tutti quelli che si mettono a riflettere sul suo Occidentalis Karma, ossimoro talmente azzeccato da penetrare trasversalmente nel corpo-massa invisibile del pubblico di Sanremo. Va bene, il teatrino di una canzone può essere una boccata d’aria, tanto meglio se fa abbassare la cresta ai saccenti e ai sopracciò. Francesco non lo cita, ma alla fine la sua canzone irriverente, peraltro benedetta e celebrata da un Festival - ed è già un destino - mi ricorda la più immortale espressione di Totò e Eduardo. Il pernacchio.

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