Il Campidoglio e le sue oche

Il pallone avveniristico di Neymar

02.08.2017 - 13:28

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Si chiama clausola rescissoria. Nel linguaggio che rimanda a quello del diritto, indica la possibilità che un atleta rescinda il contratto che lo lega a una società a condizione che venga pagata una cifra per indennizzare chi ne detiene la proprietà. La clausola in linea di principio dovrebbe tutelare il diritto dell’atleta a svincolarsi da una condizione contrattuale e societaria non più soddisfacente. Fin qui potrebbe sembrare solo una norma di garanzia, ma il quadro cambia se si guarda alla cifra dell'indennizzo.
E’ diventata un’abitudine, infatti, aumentarla quanto più possibile, un po’ per disincentivare offerte altrui nei confronti dell'atleta, un po’ per assicurare in caso di svincolo un congruo risarcimento alla società che perde un suo asset.
Bene, questa cifra adesso è arrivata ai 222 milioni di Neymar da Silva Santos Junior.
Neymar ha compiuto venticinque anni, da quattro gioca nel Barcellona, talento, classe, velocità, dribbling, inventore di calcio, nel mondo come lui ce ne sono pochi, Messi, Ronaldo, la stella emergente - ma ancora tutta da verificare - di Mbappé.
Per lui si sprecano i paragoni con O Rey, Pelé, considerato il maximus che abbia calcato i campi del calcio, al punto che i tifosi lo appellano con un O Ney che sa di sfida al trono assoluto.
Insomma, uno dei pochissimi che possono fare la differenza e decidere del risultato di una partita con un colpo imprevedibile rispetto al quale non c'è difesa che tenga.
Succede che il fenomeno, sotto contratto con il Barcellona fino al 2021, entri nei desideri del Paris Saint Germain e che forse lui stesso abbia voglia di cambiare aria, ed ecco entrare in gioco la clausola rescissoria, fissata appunto a 222 milioni di euro. Che sono solo la parte emergente di un iceberg che arriva a quasi seicento milioni se si considerano i trecento del nuovo contratto e i quaranta destinati al padre, in un'operazione che mescola elargizioni secondo codice familistico e show-business al quadrato.
Il calcio è ormai lo spettacolo globale e il cast è la risorsa fondamentale per conquistarsi un ruolo da protagonista su un palcoscenico che non è fatto solo degli stadi, ma delle televisioni e di un marketing/merchandising dai confini ancora inesplorati.
La Uefa oppone a questo calcio no-limits la diga di un fair play finanziario, una sorta di codice che dovrebbe calmierare gli eccessi e garantire il rispetto di una regola comune. Ma per capire quanto le cose siano ormai oltre i paletti, basterà solo ricordare che non sarà il PSG a pagare e a che al suo posto interverrà il fondo che gestisce gli investimenti sportivi del Qatar, disponibile a sborsare 300 milioni per fare di Neymar il testimonial dei Mondiali in programma nel 2022.
Tutto lascia pensare, dunque, che la clausola sarà rescissa e che la logica di uno spettacolo che ormai incrocia economia e politica seguirà il suo corso.
Un altro capitolo, adeguato alla metamorfosi del mondo di cui parla Ulrich Beck, il calcio come un affare in cui gli investimenti sono una parte strutturale di una bolla finanziaria che non teme di esplodere, e come dispositivo trasversale e metapolitico che confina nella preistoria naif il panem et circenses del Circo Massimo e del Colosseo.
Neymar non è solo e non è un eccesso, una tangente impazzita.
Fa parte dei simulacri del nostro tempo, come il terrorista e il migrante, reali e immateriali, corpi mediatici da esibire, immagini universalmente affascinanti di una sostanza che attraverso loro si riproduce, cambia e ci governa.

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