La riforma che sbaglia bersaglio

La riforma che sbaglia bersaglio

29.12.2014 - 11:38

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Sono fra quei 27 senatori del Partito Democratico che hanno votato la fiducia al Governo sulla riforma del lavoro motivando il loro dissenso con un documento. Al Senato la maggioranza ha solo 7 parlamentari e non votare la fiducia avrebbe significato aprire una crisi di governo al buio in una fase di stagnazione economica che non richiede avventure, ma il massimo possibile di stabilità politica, di coesione sociale e di senso di responsabilità. Alla vigilia di Natale il Governo ha approvato i primi decreti attuativi della riforma del lavoro e si è riaccesa la polemica. Il presidente del Consiglio Renzi ha spiegato che “i critici si arrenderanno quando non potranno più negare la realtà”, ma si tratta di un auspicio mal riposto per una serie di convincimenti che attengono alla natura profonda del PD come forza popolare e riformista di sinistra. Anzitutto, sul piano della politica economica, persiste, di là dai proclami, la subalternità alla dottrina neo-liberista dell'austerità che, nonostante il fallimento di questi ultimi anni (i debiti pubblici invece di diminuire sono aumentati così come la disoccupazione, in particolare quella giovanile) continua a dettare legge in Europa. È indubbio che il provvedimento aumenti la libertà di licenziare da parte delle imprese con l’effetto di produrre un’ulteriore svalutazione del lavoro e una conseguente riduzione dei salari. Insomma, il jobs act costituisce certamente uno dei tanti “cambiamenti” promessi dal Governo, ma di segno regressivo, in quanto sceglie di favorire le imprese, ma a discapito dei lavoratori. E non basta perché si assiste anche alla stanca riproposizione di un nucleo ideologico liberista, in auge nel mondo negli anni Ottanta e importato in Italia da Giulio Tremonti nel decennio successivo, che non riconosce le asimmetrie esistenti nei rapporti tra capitale e lavoro, e quindi la necessità di tutelare la parte più debole e dunque maggiormente ricattabile. In base a questa ideologia gli imprenditori devono essere lasciati liberi (anche di licenziare senza giusta causa) perché sarebbero sempre e comunque paternalisticamente tesi a fare coincidere la tutela dei propri interessi con il bene dei loro dipendenti: il che può essere vero nei momenti di espansione del ciclo economico, ma la storia insegna che si rivela drammaticamente falso nei periodo di crisi come questo. Inoltre, dal punto di vista del diritto del lavoro, si inserisce un precedente potenzialmente incostituzionale: per la prima volta si afferma il principio che, a parità di tipologia contrattuale a tempo indeterminato, un nuovo e un vecchio assunto non avranno uguali diritti in uscita, pur lavorando ogni giorno dietro lo stesso bancone: il vecchio sarà integralmente tutelato dall'art. 18, il nuovo no. Di là da questo aspetto di natura costituzionale che gli eventuali pronunciamenti della Corte diranno se fondato o no, questa nuova condizione disuguale aumenterà la staticità del mercato del lavoro: chi ha il vecchio contratto se lo terrà stretto e non sarà quindi più incentivato a cambiare lavoro per migliorare la propria posizione professionale. Inoltre le imprese saranno indotte dalle nuove norme ad andare contro i loro effettivi interessi produttivi: chi ha il nuovo contratto, anche nel caso in cui sia più giovane e professionalmente più motivato, rischierà di essere licenziato per primo avendo minori tutele del collega anziano. Sempre dal punto di vista del diritto del lavoro, la radicale riduzione del ruolo della magistratura nell’ambito di licenziamenti senza giusta causa manda un messaggio ideologicamente “antico” e doppiamente erroneo: da un lato, induce a pensare che l’occupazione si possa rilanciare non con gli investimenti o con la lotta alla corruzione e all’ipertrofia burocratica, ma con l’esclusione del controllo di legalità, dall'altro fa credere che sia sufficiente un approccio di tipo normativo per rilanciare un mercato di lavoro che ha in realtà un deficit soprattutto di carattere produttivo. Infine, sul piano dell’antropologia del lavoro si assiste a una monetizzazione dei diritti perché i lavoratori potranno essere licenziati dall’impresa anche senza giusta causa ottenendo in cambio il solo indennizzo economico. Ma il lavoro non è soltanto “pane e salame”, vale a dire il mezzo che consente di soddisfare le esigenze materiali dell'esistenza, bensì è anche dignità della persona, integrità psicologica dell’umano, la speranza che viene concessa a ognuno di noi di incidere sulle condizioni di partenza della propria vita per poterle migliorare. Un insieme di valori e di principi che da ora in poi, anche senza una giusta causa, saranno contabilizzati con una buona uscita. È facile prevedere che nei primi mesi dell’anno, dal momento che le aziende hanno rallentato le assunzioni in attesa degli incentivi previsti dalla legge di stabilità che accompagna la nuova normativa, si assisterà a un incremento degli occupati, ma quando il provvedimento entrerà a regime le aziende continueranno a preferire i contratti a termine, peraltro rinnovabili fino a cinque volte, grazie al decreto Poletti dell'anno scorso. Avere reso più facili i licenziamenti non produrrà una riduzione del precariato, ma soltanto una minore forza contrattuale dei lavoratori e dunque, sul medio periodo, una diminuzione delle loro retribuzioni. Saremmo dovuti andare in Danimarca, inseguendo i civili, ma assai costosi modelli di flexicurity delle socialdemocrazie del nord Europa e, invece, stiamo imboccando di gran carriera la strada del mercato del lavoro che ci condurrà in Portogallo e in Grecia: come “cambioverso” non c’è male.

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