La Buona scuola e la Costituzione

La Buona scuola e la Costituzione

15.06.2015 - 11:38

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Il provvedimento sulla scuola inizia oggi il suo iter in Commissione Istruzione del Senato. Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Renzi ha ammesso che sono stati commessi degli errori: è auspicabile che essi saranno corretti dal Senato perché nel mondo della scuola i malumori sono ancora troppi e il mancato confronto si è riflesso nel voto politico delle regionali, dove il Partito Democratico ha conseguito un risultato al di sotto delle aspettative. Riaprire il dialogo con quanti la scuola la vivono ogni giorno e da troppi anni hanno il loro contratto nazionale bloccato, era la sola via d'uscita possibile, ma ora siamo attesi a fatti concreti. I campi di intervento sono essenzialmente quattro e su questi sarebbe bene che si concentrasse l'attività parlamentare ed emendativa dei senatori. Il primo riguarda l'allargamento della platea delle assunzioni anche alle graduatorie di merito per evitare l'ingiustizia di un ennesimo ope legis basato solo su criteri di anzianità. Da una prima analisi sulla copertura finanziaria, c'è spazio non solo per i cento mila precari che rientrano nella sentenza della Corte di giustizia europea, ma anche per altri ventotto-trenta mila docenti di seconda fascia, a partire dai Tfa, dagli idonei del concorso del 2012 e da quanti hanno svolto percorsi formativi e tirocini spesso assai selettivi e reiterati nel tempo (penso ai cosiddetti "congelati Ssis") e che da anni lavorano nel mondo della scuola. Perdere altro tempo potrebbe pregiudicare l'inizio dell'anno scolastico e dunque sarebbe opportuno procedere con uno stralcio e assumere subito per decreto, i cui caratteri di necessità e urgenza sono indubitabili, i precari delle Graduatorie a esaurimento. La vera ragione per cui non si procede per la via più breve, utile ed efficace è duplice: da un lato utilizzare questa stabilizzazione per far passare una riforma della scuola poco meditata e meritevole di ulteriore riflessione che potrebbe essere varata entro la chiusura estiva, dall'altro scaricare sul Parlamento (e non sul Governo) la responsabilità di un'eventuale mancata assunzione degli insegnanti. E così, con un eccesso di spregiudicatezza, si sta giocando sul filo dei giorni trascurando il vero problema e cioè che l'inizio del prossimo anno scolastico potrebbe essere intasato da centinaia di migliaia di ricorsi giudiziari da parte di quanti sentiranno legittimamente lese le proprie aspettative di assunzione a causa delle tante discrezionalità praticate. Anzitutto bisogna profilare meglio i poteri del preside. Nel testo della Camera qualche prima modifica è stata già introdotta, prevedendo per esempio che le chiamate dirette non potranno sostituire i diritti acquisiti dai docenti di ruolo. Sul ruolo del dirigente, va rivisto l'impianto normativo, e non basta il limite di due mandati (sei anni) che viene assegnato al preside. La figura disegnata dalla riforma, infatti, non è pienamente compatibile con l'articolo 33 della Costituzione che stabilisce la libertà d'insegnamento, per tutti gli insegnanti, non solo per quelli già in ruolo, e si tratta di un diritto che garantisce anzitutto gli studenti e le loro famiglie. Sarebbe importante che il Comitato di valutazione degli insegnanti presieduto dal dirigente scolastico avesse al proprio interno 4 docenti e, per evitare evidenti conflitti di interesse, i genitori (magari finanziatori della scuola pubblica) e gli alunni (magari cattivi studenti, ma figli del finanziatore) ne fossero esclusi, o al massimo avessero solo un potere consultivo. Non meno utile per realizzare una valutazione davvero efficace e moderna sarebbe che essa fosse affidata anche a soggetti esterni alla scuola, i soli a poter garantire quella terziarietà e quella distanza ambientale necessaria a rendere seria la valutazione. Per quanto riguarda il nuovo meccanismo della chiamata diretta, è evidente che ci sarebbero maggiori garanzie di trasparenza e legalità, per evitare favoritismi di tipo personale, ambientale, politico, religioso, se si rispettassero le graduatorie pubbliche, stabilite tramite concorso. Si è voluta imboccare una strada diversa e a mio giudizio sbagliata, ma sarebbe significativo che il dirigente scolastico potesse decidere l'allontanamento, dopo un triennio, dell'insegnante indesiderato solo in presenza di un cambio del Piano di offerta formativa della scuola. Ancora più saggio sarebbe verificare in modo sperimentale il funzionamento della chiamata diretta limitatamente all'organico di potenziamento, senza dunque applicare la nuova norma all'organico comune e a quello di sostegno. Ciò significherebbe continuare a rispettare le graduatorie concorsuali che sono state l'unico baluardo che ha salvaguardato la scuola italiana dalla malapianta del clientelismo, che invece ha attecchito in altri comparti pubblici. Così anche andrà cambiata la regola che prevede l'allontanamento di un vincitore di concorso nazionale se non supera l'anno di prova, senza che gli sia consentita la possibilità di un secondo anno di appello, come avviene in altri ambiti della funzione pubblica, ad esempio, l'università. Inoltre è decisivo che non sia possibile impiegare in classi di concorso affini, anche molto distanti, quanti non sono abilitati in quella specifica materia perché nel medio periodo l'effetto sicuro sarebbe quello di abbassare il livello dell'insegnamento nella scuola italiana e dunque la preparazione e la competitività dei nostri studenti che hanno il dovere di avere docenti al meglio preparati nella materia che insegnano. Infine, per quanto concerne i finanziamenti, se è vero che le erogazioni liberali o lo school bonus possono costituire un'opportunità per arricchire l'offerta formativa, bisogna evitare che le donazioni alle singole scuole vadano ad accentuare il divario che già intercorre tra istituti attivi in territori ricchi e quelli collocati in zone marginali e a rischio. Pertanto non solo bisogna mettere un tetto alle donazioni liberali che si possono fare ai singoli istituti, ma è necessario definire un meccanismo di perequazione e di giustizia che distribuisca gli school bonus in parte alle scuole beneficiarie, in parte a un fondo ministeriale per gli istituti più bisognosi di supporto nella lotta alla dispersione e nel rinforzo delle competenze degli allievi socialmente più sfavoriti. Deve essere anche rivisto il meccanismo di detrazioni fiscali previsto per le scuole superiori parificate, le quali, troppo spesso, sono dei veri e propri diplomifici che consentono di "comprare" il diploma o di svolgere due o addirittura tre anni in uno a quegli studenti, di famiglie abbienti che se lo possono permettere, bocciati nella scuola pubblica. La Costituzione ci ricorda che tutti i cittadini hanno "pari dignità sociale" e non ci chiede di rafforzare le differenze sociali sino a ossificarle in base a un falso principio di meritocrazia che non fa altro che riconoscere e "moralizzare" in un giudizio di valore i vantaggi del privilegio sociale di nascita, ma ci vincola a "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana". Per avere una buona scuola, buona per davvero, sarebbe decisivo non dimenticarlo, seguendo la bussola della Costituzione.

miguel.gotor@senato.it

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