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Arezzo, massacro di Sante Tani: dopo 76 anni libro verità di Gradassi e Gallorini. Paure, inganni e tradimenti

Luca Serafini
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Dopo 76 anni filtra nuova luce nella cella del massacro di Sante Tani, leader dei partigiani aretini, del fratello don Giuseppe e di Aroldo Rossi. Era il 15 giugno 1944, un mese prima della liberazione della città, quando i tre furono trucidati nel carcere di via Garibaldi dopo un tentativo di evasione. A svelare aspetti e risvolti di uno dei peggiori misfatti della storia di Arezzo è il libro, fresco di stampa, “Una lira per tre vite”. Il prezioso volume edito da Effigi e Fuorionda è opera di Enzo Gradassi, scomparso lo scorso 17 maggio, e di Santino Gallorini. Trecento pagine che si leggono di un fiato in un tumulto di accadimenti sfociati nel bagno di sangue, analizzati con rigore storico. Dalla cattura del “pesce grosso” della Resistenza aretina, l’avvocato Sante Tanti, al processo agli autori del crimine davanti alla Corte d’Assise Speciale finito con nove condanne, con quel simbolico risarcimento di una lira ai familiari delle tre vittime. Venne poi meno anche la giustizia, per le parti civili, dato che le condanne vennero poi ridimensionate. Quanto alla ricostruzione della verità, Gradassi e Gallorini hanno lavorato per colmare lacune, evidenziare contraddizioni, far emergere aspetti omessi, volti, comportamenti, situazioni. 
Gallorini, perché questo libro?
“Perché prima non c’erano i documenti ufficiali, le carte del processo rese pubbliche dopo 70 anni e che abbiamo studiato. E’ stato così possibile sfatare illazioni che circolavano da allora”.
Il tentativo di liberazione dei prigionieri ad opera dei partigiani fallì e ci fu la brutale esecuzione.
“Con lucida analisi delle fonti abbiamo indagato tra paure, inganni, tradimenti che determinarono quel tragico epilogo. Si era tentato di attribuire la colpa al carceriere che sapeva del blitz e avrebbe esploso un colpo di pistola troppo presto rispetto agli accordi, richiamando i repubblichini verso il carcere. Con il risultato che i fuggitivi vennero ripresi e orrendamente soppressi. Ma non andò così. Si è anche tentato di insinuare che il fallimento dell’operazione fosse da attribuire ai partigiani comunisti in avversione a Tani, democratico cristiano. Altra illazione.”
Cosa non funzionò allora?
“Al di là dei problemi oggettivi e di un piano non ben preparato, ci fu evidentemente chi tra i miliziani sapeva che qualcosa stava per accadere in via Garibaldi”.
Una ferocia inaudita, ci sono pagine che deve essere stato difficile scrivere.
“Tani, il fratello prete e Rossi vennero torturati dopo la cattura avvenuta con uno stratagemma nei pressi di Montauto, dove l’avvocato si era nascosto presso il fratello sacerdote. Poi dopo gli interrogatori e i 17 giorni di prigionia, l’esecuzione fu di spaventosa crudeltà. Nella cella si raccoglievano a manciate i bossoli. Usarono mitra, moschetti e pistole. Tani fu anche preso a calci e il corpo senza vita messo per spregio appoggiato a un banchetto. Gli spararono anche dallo spioncino della porta, a massacro avvenuto. Prima di morire Sante e don Giuseppe avevano la corona in mano”.
Spicca nel libro, oltre a Tani, carismatico partigiano, il carceriere Antonio Aceti.
“Cercò di agevolare la liberazione dei prigionieri. Se gli avessero portato documenti con una richiesta fasulla ma i timbri apposti, li avrebbe fatti uscire senza fare storie. Non fu possibile. E nelle concitate fasi quel 15 giugno, a sera, da un lato non reagì quando venne affrontato dal partigiano entrato armato, Alfredo Giannini, ma dall’altro non doveva apparire connivente. Esplose quel colpo in aria perché aveva già visto i repubblichini all’ingresso esterno del carcere e non intendeva far fallire il piano”.
Chi era Sante Tani?
“Un uomo di grande valore e alti ideali. Di fede e rettitudine. Protagonista della Resistenza aretina. Ho segnalato la sua figura al presidente Mattarella. Impressiona vedere come nonostante gli avessero rotto le ossa, sotto interrogatorio, non rivelò nomi dei partigiani e informazioni. Emerge anche lo spessore di Aroldo Rossi, partigiano comunista, figura trascurata”.
Com’è nata l’idea di scrivere il libro con Gradassi?
“Avevo sempre letto i suoi libri. Ci siamo conosciuti quando io scrissi il volume sulla strage di Civitella. Ci davamo del lei. C’è stata subito intesa. Abbiamo condiviso l’idea di scrivere in modo completo su Tani, liberi dalla retorica del passato, senza tabù, e con i documenti ufficiali. Abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento tutti, partigiani, i repubblichini e pure il vescovo”.
Com’è stato lavorare fianco a fianco?
“Un’esperienza bellissima. Una persona di grande onestà intellettuale e perspicacia. Nelle pagine del libro ha esposto la storia della Resistenza aretina in modo rigoroso e obiettivo con le luci, le ombre, le grandezze e le pochezze. Quando ci incontravamo dopo aver studiato le carte ognuno per conto suo, arrivavamo entrambi alla stessa conclusione. Negli ultimi tempi voleva accelerare per vedere il libro stampato. Non ce l’ha fatta. Il nostro volume si apre con la dedica a lui: “A Enzo, che ha sempre ricercato la verità dei fatti, fino agli ultimi giorni”.