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Arezzo, l'omonimo racconta: "Io, Alberto Sordi, quanti aneddoti nella mia vita"

Luca Serafini
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Quando Alberto Sordi nasceva a Montevarchi il 2 marzo 1956, l’Alberto Sordi attore, nato a Roma il 15 giugno 1920, stava per diventare il grande protagonista della commedia italiana. Così la vita del Sordi del Valdarno, sarebbe stata segnata da quella vistosa omonimia. Fin da piccolo, sui banchi di scuola. Poi su su senza lasciarlo mai. Un nome e un cognome particolari, fonte di aneddoti, piacevoli situazioni, inconvenienti.
- Alberto Sordi, perché lei si chiama così?
“I mei genitori non si ispirarono all’attore. A mia mamma Fernanda piaceva il nome Alberto prima ancora di conoscere mio babbo, Gino Sordi. E così nacqui io, Alberto Sordi. Al Cantone di Montevarchi, quartiere vero della città, come Colcitrone per Arezzo”. 
- Negli anni Sessanta la popolarità dell’Albertone nazionale esplose. Che effetti ebbe su di lei?
“A scuola gli altri bambini mi prendevano in giro. Sui banchi all’epoca c’era scritto grosso il nome e cognome. Un po’ mi vergognavo”.
- Poi crescendo si è dovuto abituare.
“Ogni volta che pronunciavo il mio nome e cognome erano battute, sguardi strani, sorrisini. Poi però da giovanotto capii che potevo sfruttare la cosa in modo strategico per farmi notare dalle ragazze”.
E come?
“Si andava nelle discoteche, a Montevarchi ad esempio c’era il Boomerang inaugurato dai Pooh, e io... perdevo nella pista la carta d’identità. Così lo speaker o il disc jockey al microfono ad alta voce invitava Alberto Sordi a presentarsi alla consolle. E io avevo gli occhi delle ragazze addosso.”
- Inconvenienti?
“Soprattutto al telefono. Dici un nome del genere e nessuno ti prende sul serio. Una volta accadde una cosa che pare assurda: lavoravo a Radio Zero, chiamai un’altra emittente di Livorno e mi rispose un collega al quale mi presentai: ‘sono Alberto Sordi’. E lui: ‘E io sono Giuseppe Garibaldi’. Ne nacque un bisticcio perché ognuno pensava di essere preso in giro dall’altro. Poi dopo qualche ‘vaffa’ capimmo entrambi che quelli erano i nostri nomi di battesimo”.
- Situazioni strane?
“Tante. Ho lavorato nel patronato Inas della Cisl e andavo spesso a Roma per dei corsi. Ero simpaticamente preso di mira e ricordo che mi mettevano sempre insieme ad un collega che si chiamava Totò. Alle battute ho fatto il callo. Sempre a Roma mi capitò di ricevere un trattamento particolare in albergo grazie al mio nome”.
- Ci racconti.
“Mi presentai alla reception per avere una camera e la responsabile, sentito che mi chiamavo Alberto Sordi, si palesò come una fan dell’attore. Nel telefonino aveva associata ad ogni suoneria una battuta dell’attore tratta dai film. Mi disse: uno che si chiama così, mica può avere una camera normale... E così mi concesse per una settimana la suite.”
- I film di Alberto Sordi li ha visti tutti?
“Molti. Il mio preferito è Un Americano a Roma”.
Ha seguito le celebrazioni per i cento anni della nascita?
“Certo, emozionanti, le ho vissute con grande partecipazione. E fa sempre effetto vedere il proprio nome a caratteri cubitali sul video”.
Alberto Sordi, lei, non ha la passione della recitazione?
“No, la mia passione è la bicicletta. Cicloamatore da 25 anni, faccio parte del Gruppo sportivo Avis di Montevarchi. Da qualche tempo vivo a Loro Ciuffenna, uno dei borghi più belli d’Italia, ed è la mia base di partenza per bellissimi giri. In bici da strada e gravel. Invito tutti a seguire il profilo facebook ‘Setteponti e dintorni’ e l’applicazione Komoot per pianificare escursioni, di cui sono una specie di influencer. Quindi pedalo. Alberto Sordi ha girato film che fanno parte della storia