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Arezzo, Rinaldo Nocentini: "Quei fantastici giorni in giallo al Tour". Mountain bike, ricordi e progetti

Rinaldo Nocentini

Luca Serafini
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- Rinaldo Nocentini, questi erano i giorni in giallo: Tour de France 2009.
“Nove giorni dal 10 luglio in poi, considerando quello di pausa. E’ stato fantastico. Questo è il primo anno che accarezzo quei ricordi da ex corridore. E’ una sensazione strana anche perché quest’anno in luglio il Tour non c’è”.
- Dal 2019 la bici del Noce è appesa al chiodo. Vertigini? Smarrimento? Crisi d’identità?
“Macché. Vivo con grande serenità e mi gusto ogni cosa come prima non potevo. Mi sto disintossicando dal ciclismo. Lo dico con amore per questo sport, ma ero arrivato al limite. Ho smesso ma in Portogallo volevano che continuassi. Anche per correre due mesi competitivi devi prepararti con cura tutto l’anno”.
- Chili presi?
“Qualcuno sì, inevitabile. Da 63 a 70”.
- E la bicicletta?
“Non la prendo molto, la uso come mezzo di esplorazione. Preferisco andare in mountain bike e godermi certe situazioni al giusto ritmo. Qualche volta mi accorgo che spingo troppo e mi dico: ‘Rinaldo, ma che corri a fare, calma...’”
- Dove esci?
“Abito ad Alberoro, quindi vado spesso o verso Lignano e la Foce, o verso Civitella e Ciggiano”.
- Torniamo a quel Tour. Era programmata l’impresa?
“Assolutamente no. Dovevo dare man forte alla mia squadra, ma stavo benissimo, andavo forte. L’apice della carriera. Chiusi al 13° posto”. 
- L’emozione della maglia gialla.
“Indescrivibile. Me la sento ancora addosso. Il calore dei francesi, unico. La prima mattina quando scesi dal bus per andare al banco per la firma ci volle il massaggiatore per farmi strada in mezzo alla folla. Stupendo. E poi sfilare per le strade con gli occhi di tutti addosso. Brividi”.
- Del bambino di Montemarciano che sognava ad occhi aperti cosa è rimasto?
“E’ rimasto tanto. Sono cresciuto ma quel bambino è in me. La stessa voglia di divertirmi, di scherzare, di essere competitivo. Anche a pallone: ogni lunedì ora che si può giochiamo con gli amici”.
- Dopo quel Tour, ci furono due affermazioni importanti, poi nel 2010 la caduta in un burrone. La carriera poteva essere più gloriosa?
“Penso di sì. Mi ero preparato bene, andavo forte, me la giocavo con i migliori. Ma nessun rimpianto. Ho chiuso col sorriso”. 
- Del ciclismo con chi è rimasto un legame forte di amicizia?
“Ho legato con tutti e nello stesso tempo con nessuno. Quello con cui mi sono trovato più in sintonia è il colombiano Betancur”.
- Progetti futuri?
“Un centro fisioterapico a Pieve al Toppo. Per ciclisti e non, con uno staff di operatori qualificati e io nel ruolo di investitore. Il programma era di iniziare a settembre, poi con il Covid è saltato. Quindi si parte a gennaio”.
- Dopo la quarantena tutti in bici. Un boom..
“Bene. Vedo tantissime e-bike in giro e io sono favorevole. La bici a pedalata assistita non è mica un motorino, devi comunque pedalare. L’ho provata e non è male. Ottima per chi non ha mai praticato questo sport. Molti prendono la bici muscolare e dopo tre uscite, per la fatica, la mettono da una parte. Con la e-bike è diverso”.
- Il nome Pantani che reazione provoca?
“Rabbia. Con il carattere che aveva poteva reagire. Non è stato così. Senza dare colpe a nessuno, provo rabbia perché era lo scalatore più forte di sempre e uno come lui non puoi perderlo in quel modo. Fino al 2002 ho corso nel gruppo con lui: era molto riservato ma sapeva essere compagnone e ho bei ricordi di alcuni momenti passati assieme negli hotel dopo le gare”.
- Con il ciclismo si guadagna?
“Il confronto con il calcio è impossibile. Ma se lavori, sudi, lo fai bene e ottieni risultati, il ciclismo paga bene”.
- Aretini che possono emergere?
“Acco di Castiglion Fiorentino, Benedetti di Montemarciano come me”.