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Arezzo, uccise figlia di tre anni, perizia sul babbo: crisi Covid influì su raptus, temeva di non poter sostenere la famiglia

Il pozzo dove l'omicida si gettò

Luca Serafini
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Il babbo che uccise la bimba di tre anni e cinque mesi mentre guardava serena i cartoni animati in tv era, ed è tuttora, “incapace di intendere e volere”. E l'emergenza Coronavirus, con la paura di perdere il lavoro, influì nello scatenare il raptus di follia: cassintegrato, temeva di non essere in grado di mantenere la famiglia. E' quanto filtra dalla perizia psichiatrica effettuata dal dottor Massimo Marchi su Miah B., l'uomo di 38 anni, del Bangladesh, che dal 21 aprile è in carcere per aver ammazzato la bambina e tentato di uccidere il fratello maggiore. Nella casa di Levane, assente la moglie uscita per la spesa, l'operaio impugnò senza un motivo la lunga lama del “Boti”, coltello etnico a forma di roncola, e si scagliò sui figli. Il maschio, 11 anni, scappò gridando “Il mio babbo è impazzito”. Riuscì a salvarsi. La sorellina la ritrovarono i carabinieri senza vita. Mentre Miah si era gettato nudo nel pozzo. Incaricato dal gip Fabio Lombardo, il dottor Marchi ha incontrato più volte il 38enne detenuto a Sollicciano. Difficile instaurare con lui un dialogo, per i problemi di lingua, ma soprattutto per lo stato confusionale che perdura da quel giorno. L'esperto parla di situazione psicopatologica molto complessa e di non facile interpretazione. Individuate sofferenze cerebrali, accertato che nei giorni precedenti l'uomo aveva sofferto di forte mal di testa, in più la moglie ha raccontato aveva manifestato un attaccamento morboso alla figlia. E la notte prima di quella tragica mattina non aveva dormito. Sentiva voci in testa, ha raccontato lui a fatica. Ciò che decretò la morte della bambina fu uno “scompenso psicotico confusionario” e secondo il dottor Marchi negli ultimi tempi l'operaio, in cassa integrazione, aveva cominciato a interpretare la realtà in chiave sempre più pessimistica fino a temere di non poter più garantire il sostentamento della famiglia. Originari del Bangladesh, erano a Levane dal 2019 provenienti da Palermo. Lui lavorava in una ditta di metalli. E la sua attenzione distorta, dice lo studio psichiatrico, fu canalizzata verso la piccola probabilmente percepita come la più fragile ed esposta ai possibili rischi. Un delirio che si compì in modo agghiacciante. Un sorriso strano, ha raccontato il bambino, poi la lama vibrata in modo violento. Per la perizia l'uomo è socialmente pericoloso. Non è in grado di partecipare al processo. L'avvocato difensore Nicola Detti ha  nominato il dottor Rolando Paterniti come consulente. Il babbo omicida che prima della crisi era un genitore perfetto, tra sei mesi dovrà essere  visitato di nuovo. In carcere è curato. Non ha ancora realizzato cosa ha commesso: che la figlia non c'è più.