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Arezzo, ladro ucciso: perché Fredy resta nel mirino della giustizia. "Amareggiato ma fiducioso. Salvini? Lo aspetto"

 Il gommista Fredy Pacini

Luca Serafini
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Fredy Pacini resta nel mirino della giustizia. E’ diventato il simbolo della legittima difesa, ma per lui non c’è archiviazione: rischia il processo e la condanna. Il gip Fabio Lombardo ha ordinato nuove indagini per il gommista che uccise il ladro entrato a colpi di piccone nella sua officina. Era il 28 novembre 2018. A Monte San Savino, dopo le tre della notte. Esasperato dai furti, ormai da quattro anni Fredy dormiva nel capannone con accanto una pistola regolarmente detenuta. La usò. Il giudice ha rigettato la richiesta di archiviazione della procura e le undici pagine dell’ordinanza depositata ieri affermano che, allo stato degli atti, l’uccisione di Vitalie Mircea Tonjoc, moldavo di 29 anni, non avvenne da parte di Fredy per proteggere la vita e le cose da una grave minaccia. Non fu cioè legittima difesa, neanche nella forma “putativa”, quella indicata dal pm Andrea Claudiani. Il gip ordina approfondimenti da svolgere in sei mesi. A condurli sarà il pm Roberto Rossi che di Claudiani ha ereditato i fascicoli. Ira della Lega, con Matteo Salvini che afferma: “La difesa è sempre legittima”. Nel caso del gommista, già il pm Claudiani aveva escluso la scriminante della legittima difesa “pura”, sia con la vecchia norma del codice penale che con la nuova legge varata da governo Lega-M5s. Perché Pacini, dalla ricostruzione, non sarebbe stato aggredito: il ladro era distante 16 metri, era appena entrato dalla porta a vetri sfondata, era scivolato a terra, non c’era una “minaccia incombente” né una “mancata desistenza” del malvivente. Eppure per la procura quell’omicidio volontario (colpi sparati non in aria, ma verso l’intruso, seppur dall’alto in basso) era perdonabile. Una reazione sproporzionata rispetto all’offesa, sì, tuttavia giustificabile perché Fredy in quegli attimi drammatici ebbe una percezione alterata del pericolo: solo, di notte, senza vie di fuga, alle prese con persone munite di mazza che riteneva armate. E nell’oscurità, ha raccontato Fredy, vide luccicare qualcosa che gli sembrò una pistola. Un “errore giustificabile”, quindi: legittima difesa “putativa”, appunto. Il Gip invece ora solleva dubbi sull’effettiva visione della torcia scambiata per pistola, sospetta che la reazione difensiva di Pacini, così in “anticipo”, sarebbe stata dettata più dal suo “stato d’animo” che da “una situazione di pericolo erroneamente percepita”. E indica una serie di indagini integrative da compiere: 1) la torcia trovata (spenta) in mano al ladro ucciso, poteva davvero produrre il “riflesso di luce” che Fredy dice di aver visto dal soppalco del capannone dove aveva ricavato il piccolo appartamento e sparò dalla finestra?; 2) quel soppalco aveva una porta, magari blindata, con cui Fredy “potesse proteggersi semplicemente chiudendosi a chiave”?; 3) Pacini, sentiti i ladri spaccare la porta, disattivò l’allarme: ma quali manovre eseguì, si spostò fin dove nel capannone? E se non avesse disattivato il dispositivo (lo fece per non far svegliare dal sistema telefonico la figlia con la bimba piccola, e c’era il suocero in agonia) le forze dell’ordine in quanto tempo sarebbero arrivate?; 4) quali funzioni e caratteristiche avevano il puntatore laser e la torcia in dotazione con la pistola semiautomatica Glock, e in che modo sarebbero stati disattivati, come sostiene Fredy?; [TESTO]5) fu davvero possibile al ladro, colpito alle gambe da due proiettili, uscire con un balzo dalla porta finestra o dovette essere trascinato magari dai complici? [/TESTO]Il gip parla di “contraddizioni” del pm, mette in dubbio che Fredy abbia gridato ai ladri, dubita del “grave turbamento” che lo avrebbe spinto a usare l’arma non “a scopo dissuasivo” ma contro il ladro. In quei frangenti “a mente fredda”, osserva il gip, Fredy aveva deciso di disinnescare l’allarme. E per avere un quadro migliore delle condizioni psicologiche di lucidità, invita ad ascoltare le telefonate al 118 (non esaminate) intercorse dopo che alle 3.47 aveva segnalato ai carabinieri il tentato furto e il ritrovamento di una persona a terra. Il moldavo giunto lì per la razzia e rimasto ucciso. Mastica amaro, Fredy Pacini. Urlò ai ladri, ha raccontato, sperava desistessero, invece quelli andavano avanti. Respinge l’idea che il suo fu un rabbioso tiro al bersaglio. Lui voleva difendere la sua proprietà e la sua pelle, in balia di criminali senza scrupoli. Secondo il pm, Fredy “riteneva incombente un gravissimo pericolo per la propria incolumità: era convinto che fossero armati ed era senza via di uscita”. Ma questo per il gip va sostanziato meglio. Nel film di quella notte, ricostruito anche con un manichino dal perito balistico, secondo il giudice ci sono troppe lacune. E il nodo da sciogliere, alla fine, è se Fredy abbia o no sparato troppo presto senza dare al ladro il tempo di desistere. [TESTO]E’ presto per dire se le undici pesanti pagine del gip sono soltanto un ostacolo nel lungo e tortuoso percorso giudiziario, o l’anticipazione di una sentenza[/TESTO]. Fredy attende. Tra gli incubi rumorosi di quella notte e il silenzio della coscienza che ritiene di avere a posto.

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“Appena ho saputo, ci sono rimasto male: tanta amarezza, angoscia. Ma io resto fiducioso nella giustizia e aspetto”. Poche parole, tanti messaggi di solidarietà. Fredy Pacini ha incassato il colpo della mancata archiviazione. Fermezza e consapevolezza. Al suo fianco c’è l’avvocato Alessandra Cheli, che lo difende, c’è la sua famiglia, i concittadini e una miriade di italiani che condividono la sua storia. Per il gommista di Monte San Savino una giornata di lavoro come tante, col peso di una decisione del giudice che sperava fosse diversa. Invece non è finita. Ma da buon ciclista di Mtb, Fredy sa che le discese vanno affrontate senza illusioni e le salite sono lunghe, ma alla fine si arriva. Quindi calma e gesso. Sul profilo facebook del gruppo “Io sto con Fredy” è tutto un fiorire di commenti. C’è chi propone di “licenziare” i giudici e chi sarcasticamente afferma che, a parti invertite, con l’imprenditore morto e il ladro vivo, quest’ultimo sarebbe già fuori. A postare un messaggio, è un uomo che racconta di essere nei guai con la legge per aver reagito ad un ladro entrato nella sua abitazione: “Ma io ho l’obbligo e il dovere di difendere me e la mia famiglia”, scrive. Piovono critiche verso la giustizia e la condanna senza appello verso chi decide di entrare nelle case e nelle proprietà altrui”, esponendosi quindi anche a questo tipo di conseguenze. Opinione pubblica, codice penale e processi non corrono sullo stesso binario. Caso per caso, ogni vicenda fa storia a sé. La vicenda di Monte San Savino torna a far discutere, a irritare, a dividere. Lui, Fredy Pacini, da quella notte sembra aver perso il sorriso e guarda fisso un punto lontano: il giorno in cui tutto sarà finito.

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[/CITTA-SOLA]Nessuna reazione da parte di Aliona Mircea, la sorella di Vitalie, il 29enne della Moldavia rimasto ucciso nel tentativo di furto in via della Costituzione a Monte San Savino. Numerosi precedenti alle spalle, puntava alla razzia di biciclette e pneumatici. La sorella vive in Italia ed è rappresentata dall’avvocato Alessandro Cristofori del foro di Bologna. Fu lei ad eseguire il riconoscimento del cadavere e in caso di processo può costituirsi parte civile. L’avvocato Cristofori dopo la chiusura delle indagini aveva prodotto una memoria per invitare a rivalutare alcuni aspetti del caso prima di archiviarlo. Il legale non ha ancora ricevuto l’ordinanza, quindi nessuna dichiarazione. Il pm Roberto Rossi ora ha sei mesi per i nuovi accertamenti, per poi concludere: nuova richiesta di archiviazione o di rinvio a giudizio. Deciderà il gip, che può anche imporre una imputazione coatta.

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“Surreale”. E’ l’aggettivo che usa a caldo Matteo Salvini per definire la decisione del gip di Arezzo. La mancata archiviazione per Fredy Pacini, secondo il leader della Lega, è un’ingiustizia in base al suo postulato: "La difesa è sempre legittima". Senza entrare nei complessi dettagli giuridici e di merito, la battuta di Salvini sui social è netta e in linea con la vicinanza espressa al gommista subito dopo il fattaccio, quando Salvini era ministro degli Interni. "A Fredy va tutto il mio e il nostro sostegno, il 10 settembre andrò a trovarlo", annuncia il leader del Carroccio. Da parte sua, Fredy che in passato ha ricevuto telefonate da Salvini, è pronto ad accoglierlo giovedì prossimo nel capannone che è suo luogo di lavoro e che fu teatro della sparatoria. “Fredy Pacini merita di essere lasciato in pace: stop al calvario giudiziario che sta subendo” dichiarano i parlamentari toscani della Lega, Tiziana Nisini, Claudio Borghi, Manuel Vescovi, Rosellina Sbrana, Edoardo Ziello, Manfredi Potenti, Guglielmo Picchi, Donatella Legnaioli e Mario Lolini. “Pacini dormiva nella sua officina per paura di essere derubato dopo aver subito svariati furti e all’ennesimo si è legittimamente difeso”, scrivono. “Ci chiediamo come sia possibile aver negato l’archiviazione. Stiamo e staremo sempre dalla parte dei cittadini e lavoratori perbene che difendono le loro case e le loro attività”, aggiungono, pur non entrando nei dettagli della nuova norma sulla legittima difesa, introdotta dal governo Lega-M5s, che come la vecchia non sembra spianare la strada al gommista. “Bonafede dorme e gli italiani piangono”, rincara la dose il senatore leghista Andrea Ostellari, presidente della Commissione Giustizia a Palazzo Madama. “L’attesa di risposte dal sistema giudiziario non può trasformarsi in una pena. Fredy Pacini sia libero di chiudere una vicenda in cui lui è vittima due volte: prima di un assalto in piena notte, poi della giustizia lumaca”..