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Arezzo, impiegati morti all'Archivio di Stato: dopo due anni verso il processo solo una parte dei 19 indagati

Luca Serafini
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E’ il giorno di Piero Bruni e Filippo Bagni. Il 20 settembre del 2018 i due impiegati dell’Archivio di Stato, 59 e 55 anni, morirono soffocati dall’argon. Il micidiale gas invisibile che divora l’ossigeno per spegnere il fuoco, uscì dalle bombole senza che ci fosse un incendio. L’impianto e la formazione alla sicurezza del personale dell’Archivio di Arezzo non erano adeguati, dice la procura. Il pm Laura Taddei si accinge a chiedere il rinvio a giudizio per coloro che avrebbero responsabilità nel duplice omicidio colposo. Dei 19 indagati, tra funzionari, tecnici e professionisti, sembra di capire che chiederà il processo solo per un gruppo: alcune posizioni verranno archiviate. Dallo scorso maggio, quando l’inchiesta fu chiusa, ci sono stati interrogatori difensivi e la presentazione di memorie per chiarire le rispettive posizioni. Il magistrato ha circoscritto il perimetro dell’inchiesta e forse entro il mese sapremo per chi verrà fissata l’udienza preliminare. Le famiglie delle due vittime sul lavoro, attendono strette nel dolore vissuto con dignità. Convivono con un vuoto incolmabile: aspettano risposte e vogliono che una tragedia del genere, così assurda e dolorosa, non si ripeta mai più. Oggi ricordano quel giorno maledetto. Iniziato con il bacio della buona giornata e sconvolto dall’urlo delle sirene di ambulanze e vigili del fuoco. Poi, la notizia più straziante. Con la domanda da risolvere: perché? Man mano, durante i mesi di indagini, sono emersi aspetti sconcertanti. Nell’Archivio di Stato, dice la perizia, c’era un sistema di allarme difettoso perché montava pezzi posticci, sbagliati, non conformi: con il risultato che spesso entrava in funzione senza che ci fosse del fuoco nell’edificio. Come quella mattina quando alle 7.40 Piero e Filippo scesero per le scale a vedere cosa era successo. Ma sul pianerottolo vennero storditi e uccisi all’istante dalla nube di argon fuoriuscita nello sgabuzzino delle bombole. Dove non avrebbe mai dovuto propagarsi. L’inchiesta avrebbe individuato un difetto di progettazione ed esecuzione che innescò il rilascio di gas all’interno anziché verso l’esterno del vano tecnico. Una valvola montata al contrario, gli sfiati mancanti. Manutenzione non impeccabile. Nessuno nelle verifiche si era accorto delle anomalie del sistema che doveva proteggere i libri e uccise gli impiegati. Ignari del pericoli argon. A maggio il gruppo di indagati spaziava dal direttore dell’Archivio e il predecessore (Claudio Saviotti e Antonella D’Agostino) ai progettisti e realizzatori dell’impianto (Giovanni Battista Reccia, Massimo Tiballi, Gianfranco Pergola), dalla società che si era occupata di sicurezza e prevenzione (Monica Scirpa, Alessio Vannaroni, Andrea Pierdominici, Piero Santantonio, Donatella Fracassi, Silvio Zuccarello) agli addetti alla manutenzione e chi operava in subappalto (Maurizio e Simone Morelli, Gianfranco Conti), dai professionisti che si occuparono della conformità (Andrea Gori, Marino Frasca, Renato Concordia, Alessandro Gosti) al vice comandante dell’epoca dei vigili del fuoco, Antonio Zumbo. Gli imputati saranno di meno. Tutto ancora da dimostrare. Nessun verdetto o risarcimento rimarginerà mai la ferita.