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Liliana Segre, l'ultima testimonianza. L'eredità ai giovani: "Siete fortissimi. Non sprecate mai cibo"

Francesca Muzzi
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La potenza di Liliana Segre irradia e irrompe nella tensostruttura di Rondine. Viene quasi da inchinarsi dinanzi a questa elegante signora di 90 anni, sopravvissuta al campo di concentramento ad Auschwitz, che ha deciso di dare alla città della pace, il suo regalo più grande. L’ultima testimonianza pubblica. Ci sono tutti a Rondine. Dal premier Conte al ministro Azzolina. Ma nessuno, oggi, ha la potenza di Liliana. Quasi scompaiono di fronte a lei, così come tutti. Capelli bianchi, tailleur bianco prima di ricordare, taglia il nastro de “L’Arena di Janine”, un luogo naturale dedicato all’incontro dei giovani di tutto il mondo. La ricorda, Janine, la ragazzina francese che mentre era nella fabbrica di munizioni di Auschwitz, si tagliò due falangi. “E quando fummo chiamate alla selezione di quel giorno, lei terrorizzata trovò uno straccio. Ma quando si è nudi lo straccio si nota e coprì quelle due dita ricucite in qualche modo. Io ero passata, lei era dietro di me. Sentì che la fermarono e che la scrivana prendeva il suo numero. Non serviva più. Andava al gas. Ed io che ero appena passata e che tutti i giorni lavoravo con lei, non mi sono voltata. Non l’ho chiamata. Anche solo il suo nome sarebbe bastato”. Liliana Segre si porta le mani al volto. Non sempre. Una volta quando parla proprio della “selezione”. “Nude di fronte ad un tribunale ci guardavano per capire se potevamo ancora lavorare. Poi arrivava quel gesto, quel gesto fantastico - dice - Questo giudice infernale faceva così (alza il mento ndr), senza una parola e potevo ancora lavorare. Che momento stupendo, meraviglioso come un compleanno, un regalo, una nascita, perché mi aveva lasciato libera”. Si porta ancora le mani al volto quando racconta dei ragazzi francesi incontrati nell’ultimo campo, quando la guerra stava per finire “ci chiesero chi siete? E noi rispondemmo ragazze ebree. Questi ragazzi ebbbero pietà di noi. Una parola straordinaria la pietas. Ci dissero ‘poverine’, noi che eravamo sempre state appellate con parole talmente orribili che io ho imparato, ma che non ho raccontato, solo per la colpa di essere nate. E loro ci dicevano: ‘poverine, non morite, non morite, la guerra sta per finire’”. Passaggi che stringono il cuore, come quando ricorda suo padre nel carcere di San Vittore: “Furono 40 giorni importanti della mia vita. Lo dico ai ragazzi non pensiate che i genitori siano sempre fortissimi, a volte siete voi più forti dei vostri genitori e non siate avari di un abbraccio in più e di dire ‘posso fare qualcosa per te?’”. Ma c’è un altro passaggio dove la Segre si rivolge ai giovani, quando racconta la marcia della morte, subito dopo che il campo di concentramento venne liberato dai russi. “Eravamo denutrite, stanche, provate eppure abbiamo camminato per giorni e giorni, mesi di marcia della morte, perché se il campo era stato liberato, la guerra non era finita. E allora si doveva camminare. Io lo dico ai ragazzi non date la colpa a qualcun altro dei vostri insuccessi e della vostra debolezza. Siamo fortissimi e quando sento tutto quello che si dice degli adolescenti verso i quali bisogna essere molto comprensivi, addirittura portarli dallo psicologo, io dico invece che gli adolescenti sono i più forti di tutti. Perché non sono più bambini e non sono ancora uomini, hanno quella forza della vita, della natura stessa per cui hanno tutte le possibilità. Ma non sempre è così. La vita a volte può essere una marcia della morte che va trasformata in una marcia della vita”. “Ed era una fatica camminare, una fatica terribile. Ci buttavamo sopra i letamai quando ne incontravamo uno, eravamo orribili. Io dico ai ragazzi non solo una gamba davanti all’altra, ma anche in un tempo in cui un miliardo e mezzo di persone ha fame e vuole venire in questo occidente pazzo e schiavo del consumismo, ragazzi non buttate via la roba da mangiare, ve lo dice chi ha provato la fame, chi ha brucato in un letamaio. Ragazze non scegliete nel frigorifero. Prendete il cibo che sta per scadere”. “Non buttate via il cibo, io ho mangiato la carne di un cavallo morto. Io che amavo molto i cavalli, mi ritrovai a ingoiare quella carne che dava beneficio. Ma quella scena era orribile, noi eravamo orribili, perché eravamo morte dentro, ma volevamo vivere”. “Abbiamo incontrato letamai e cavalli morti, ma mai persone, perché nessuno ha aperto una finestra, attraversando paesi e città. Dov’erano gli uomini? Quelli con la lettera maiuscola, che possono guardarsi allo specchio e dire: ho una coscienza”. Indifferenza. Liliana Segre la vissuta, la toccata con mano. E’ l’indifferenza che uccide. Per questo i detenuti del carcere di San Vittore diventano “uomini”, perché mentre li stanno deportando “loro sono stati gli unici a gridarci una parola di conforto, a tirarci un fiore, qualsiasi sia stata la loro pena”. Quando Liliana Segre fu espulsa dalla scuola a 8 anni “perché ebrea, solo tre compagne si ricordarono per tutta la vita di quella compagna di banco. Ma la classe non era fatta di tre, era fatta di 25. Le altre non si accorsero che il banco era vuoto e molti anni dopo la guerra, mi dicevano ‘ma tu Segre dove sei andata a finire che non ti abbiamo rivisto’. Avrei dovuto rispondere Auschwitz, ma non risposi. Era troppo difficile per me che per 45 anni non ho trovato le parole per dirlo”. “Da lì cominciarono anni duri. Io e mio padre riuscimmo a fuggire in Svizzera, ma quando entrammo e pensavamo di essere salvi, incontrammo un ufficiale che ci guardò con disprezzo che ci fece sentire tutta la nostra pochezza di disgraziati e perseguitati a cui lui non credeva e ci rimandò indietro verso quella rete che divide gli Stati da cui con gran fatica eravamo passati la mattina. Ci riaccompagnarono di là. Con i fucili e ridevano di noi”. Liliana Segre si interrompe solo una volta. Fa una pausa lunghissima, poi si scopre che c’è un brusio che gli dà fastidio. Parla per un’ora e le sue parole sono pietre. “Un giorno di settembre del 1938, la vita, mi ha fatto diventare l’altra e quando una diventa l’altra, c’è un mondo intorno che ti considera diversa. E questa cosa non è finita lì, ma è durato sempre. Io sempre l’altra. Quando le mie amiche parlano di me aggiungono sempre ‘la mia amica ebrea’. Mica sono antisemite, ma io per loro sono l’altra”. E da lì è cominciata una vita che ha reso Liliana quasi spettatrice di se stessa. “Quando siamo arrivati al campo di concentramento tenevo per mano mio padre. Poi ci hanno staccato. Da quel giorno non mi sono più attaccata a nessuno. Non volevo più distacchi. Non mi sono mai voltata indietro”. Ha perdonato? “No, non ho questa forza. Non ho perdonato e non dimentico”. Rondine ora è in piedi e sventola la farfalla gialla che vola sopra il filo spinato. “In quel campo sarebbe stato facile suicidarsi. Bastava buttarsi sui fili elettrici. Ma[TESTO] ho scelto la vita e sono diventata libera”. [/TESTO]Grazie, Liliana che da oggi in poi: “Non voglio più ricordare, non voglio più soffrire. Non voglio più.