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Arezzo, rallentano i big della moda (Prada, Gucci, Valentino): difficoltà per 500 addetti terzisti calzature

Luca Serafini
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I big delle calzature rallentano il passo a causa del blocco dei mercati internazionali e a risentirne sono le aziende del territorio che lavorano nell’indotto come contoterzisti. Numerosi laboratori e fabbriche in difficoltà con ricorso massiccio alla cassa integrazione. E previsioni che al momento restano grigie per il prossimo futuro.
“Il netto calo della produzione ha avuto come effetto la conclusione imprevista e improvvisa dei contratti di collaborazione che colossi come Prada, Valentino e Gucci avevano ormai da anni attivi nel territorio”, dice David Scherillo, della Femca Cisl. Il sindacato in questi giorni è alle prese con una serie di situazioni che si sono aperte qua e là, tra il Valdarno e Arezzo, e che coinvolgono circa cinquecento addetti. 
Il taglio delle collaborazioni tra grandi marchi e laboratori riguarda soprattutto il comparto delle scarpe, quello manifatturiero rimasto più consistente nell’Aretino dopo il ridimensionamento delle confezioni.
Una scelta dolorosa, quella presa dalle ditte della moda, che vista la malparata (riduzione drastica di ordinativi) hanno preferito concentrare al loro interno il lavoro ridotto dall’emergenza Covid. E’ stato considerato come priorità il fatto di tenere attivi i propri organici per non tenere fermo il proprio personale diretto. 
Strategia comprensibile e tra l’altro connessa al fatto di aver investito negli anni passati proprio nel mantenimento dentro all’azienda di manodopera qualificata per non esternalizzare tutta la catena produttiva. Il fatto è che mentre fino a qualche mese fa i volumi di produzione erano tali da poter girare all’esterno quantitativi di lavoro importanti, a beneficio di altre imprese e altri addetti, ora è tutto diverso.
“Anche le aziende più strutturate della moda risentono della forte contrazione che si registra nei mercati internazionali, ad eccezione della Cina che però incide solo per un trenta per cento delle esportazioni”, dice Scherillo. “A trovarsi male in questo momento sono in particolare le aziende che in virtù di consolidati rapporti con le grandi aziende della moda, avevano essenzialmente un solo committente”, aggiunge il sindacalista. Venuto meno quel canale, è crisi. Il fatto poi che l’efficacia dei contratti di collaborazione terminava proprio in questo periodo negativo, ha mutato lo scenario in modo repentino nel breve volgere di una decina di giorni.
Gli effetti legati all’emergenza sanitaria stanno scuotendo il settore. Non si registrano chiusure, non si possono fare licenziamenti, ma c’è abbondante ricorso agli ammortizzatori sociali messi a disposizione dallo Stato. In giro ci sono attività calzaturiere specializzate che hanno anche trenta, quaranta anni di esperienza alle spalle, ma che si ritrovano in una condizione in cui mai avrebbero pensato di trovarsi. Proprio perché agganciate a big. La seconda ondata Covid è una tempesta. La scarpa è sciolta.