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Arezzo, impiegati uccisi dal gas argon all'Archivio di Stato: perché il pm chiede il processo per tredici persone

Luca Serafini
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A oltre due anni dalla assurda tragedia sul lavoro all’Archivio di Stato di Arezzo arriva la richiesta di rinvio a giudizio per tredici dei diciannove indagati. Piero Bruni e Filippo Bagni morirono asfissiati dall’argon, il gas invisibile e micidiale fuoriuscito dall’impianto antincendio che doveva proteggere i libri antichi, invece uccise i due impiegati. Non ne conoscevano la pericolosità, non erano stati sufficientemente formati e informati, sostiene il pm Laura Taddei. E soprattutto l’impianto per spegnere il fuoco nel palazzo statale, era fatto con i piedi: centralina difettosa, pulsanti traditori, valvola montata al contrario, pezzi di ricambio posticci, sfiati esterni inesistenti. Senza che i qualificati controlli, asseveramenti e manutenzioni varie, avessero mai fatto scattare campanelli d’allarme e correttivi. Insomma una bomba a orologeria, dicono le perizie, che scattò alle 7.40 di quella maledetta mattina del 20 agosto 2018 quando i due impiegati richiamati da un falso allarme, scesero giù per le scale fino al vano delle bombole. E trovarono la morte. Il lungo e complesso lavoro della procura restringe il perimetro delle accuse e sfocia adesso in una data, il 19 gennaio 2021, quando sarà celebrata l’udienza preliminare. Sarà il gup Piergiorgio Ponticelli a decidere se i tredici sui quali si concentrano le accuse devono andare a processo o no. Posizioni diversificate e tutto da dimostrare. Ma la procura ha deciso di esercitare l’azione penale verso il direttore dell’Archivio di Stato, Claudio Saviotti e verso Antonella D’Agostino, che lo aveva preceduto nel ruolo fino al 2016, quali datori di lavoro dei due impiegati. Il pm ipotizza l’omessa valutazione dei rischi legati all’argon, il non aver fornito formazione e informazione ai dipendenti, l’aver omesso controllo e supervisione dell’impianto. Chiesto il giudizio, in concorso, per Piero Santantonio, Monica Scirpa, Alessio Vannaroni e Andrea Pierdominici, della Igeam srl, società che si occupava di sicurezza, prevenzione e protezione dell’Archivio: anche qui ipotizzata una serie di omissioni su conformità dell’impianto, sicurezza e formazione. E ancora: Marino Frasca e Renato Concordia, della Idealclima lavori, che firmarono la conformità dell’impianto; Maurizio Morelli e Simone Morelli della Remas Antincendi, che seguiva la manutenzione; Gianfranco Conti che lì operò in subappalto; Andrea Gori, che si era occupato del sistema quale professionista per adempimenti e asseveramenti. Chiesto il processo anche per Antonio Zumbo dirigente dei Vigili del fuoco, all’epoca vice comandante ad Arezzo. Non avrebbe rilevato la criticità del sistema antincendio, ritiene il pm, e la non conformità alla normativa vigente. Nell’atto di accusa (spariti dalla lista i progettisti e altre figure inizialmente indagate) si parla di mancanza di segnaletica, della pericolosità del locale tecnico con la valvola di sicurezza che non sputava all’esterno il gas ma lo sprigionò nell’ambiente e tramite le griglie nelle scale dove i due corsi a controllare, morirono. Con dignità, pazienza e dolore, i familiari delle vittime aspettano. Chiedono verità e giustizia per questi due uomini usciti per andare a lavorare, non in una miniera, ma in un Archivio. A casa non tornarono. L’argon che doveva togliere ossigeno al fuoco, asfissiò Piero e Filippo. Se fu per una catena di fatalità senza responsabili o un duplice omicidio colposo per cialtronerie, leggerezze, omissioni, dovrà dirlo il processo.