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Arezzo, cresce la cassa integrazione per la crisi Covid: domande per 28 mila lavoratori. Ritardi nei pagamenti

Luca Serafini
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Cresce il ricorso alla cassa integrazione per fronteggiare la crisi economica da Covid. In provincia di Arezzo sono salite a 2.286 le aziende dell’artigianato che hanno fatto ricorso al fondo bilaterale di integrazione. Ad agosto erano 2.184. Coinvolti 9.908 dipendenti, cento in più rispetto all’estate. I settori più colpiti sono oro e moda (53%), seguono meccanica, autoriparazione e servizi alla persona (28%). La zona del territorio dove è più pronunciato il rallentamento del lavoro è Arezzo (31%), segue il Valdarno (29%), quindi Casentino (18%), Valdichiana (14%) e Valtiberina (8%).

Il dato dell’Osservatorio ammortizzatori artigianato (Fsba), fornitoci da Cna Arezzo, colloca la provincia di Arezzo al secondo posto in Toscana, insieme a Prato, dietro a Firenze (17 mila dipendenti e 4.500 aziende). I numeri sono riferiti al 16 ottobre e per lo stallo economico dell’ultimo trimestre sono destinati a peggiorare. A pesare ulteriormente ci sono i dati Inps. E il report più recente disponibile, del 24 ottobre, indica per Arezzo un totale di 18.471 domande suddivise nelle quattro voci di Cigo (cassa integrazione ordinaria 8.114), assegni ordinari (2.503), Cassa in deroga gestita dalla Regione (3.663) e quella gestita dall’Inps (4.197). Se ad ogni domanda corrisponde un solo lavoratore, unendo questo numero a quello del fondo degli artigiani si rasentano le trentamila unità: 28.379 lavoratori in cassa, che in un territorio di 340 mila abitanti è tanta roba.

Certo, andrebbe poi visto nel dettaglio il quantitativo di ore di cassa integrazione effettive, ma ci vuol poco a cogliere la drammaticità del momento. Il fermo o il rallentamento nella produzione e nei servizi, è forte e scuote il tessuto economico. A partire dalla grande azienda delle manifatture fino alle attività della ristorazione, passando per tutto il resto. Piange il distretto orafo, non immune dalla crisi tutta la filiera annodata intorno a colossi della moda e delle pelletterie con i laboratori che lavoravano in contoterzi sull’orlo del collasso. Lo stop ai licenziamenti deciso dal governo e la cassa Covid, sono ovviamente buona cosa, ma il futuro è tutto da decifrare. E per quanto riguarda il versamento dell’ammortizzatore i problemi non mancano. “Criticità e lentezze del sistema continuano a ripetersi nel sistema dei pagamenti delle integrazioni salariali”, dice Franca Binazzi, presidente Cna Arezzo. “Ad oggi gran parte dei dipendenti non hanno riscosso le integrazioni di luglio nonostante le risorse, 1 miliardo e 600 milioni, messe in campo con apposito decreto del governo, per diciotto settimane complessive”. Come mai? “Quelle risorse dovevano essere trasferite celermente ai relativi Fondi con decreto del ministero del Lavoro di concerto col ministero dell’Economia”, aggiunge Franca Binazzi “ma dopo un mese nulla è accaduto. Aziende e dipendenti ancora una volta appesi a sconcertanti dinamiche burocratiche”.

Dalla Cgil, Marco Rossi, che si occupa di cig, parla di “cavillocrazia”. “Complicazioni non imputabili alle Inps territoriali ma che iniziano dal legislatore, basti pensare che per un medesimo obiettivo, l’integrazione salariale, e per la stessa cifra ci sono ben quattro strumenti diversi: ne basterebbe uno solo e veloce.” Deficit di procedura e informatici possono intoppare l’iter per l’ammortizzatore. E anche se oltre il 90 per cento delle domande viene accolto e fila, c’è chi sbatte sulla cavillocrazia. E sono dolori.