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Arezzo, sulle tracce del Covid. Il filo diretto con i positivi: domande e storie

Francesca Muzzi
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Sono tutti e tre giovanissimi e tutti e tre con un solo obiettivo: aiutare gli altri. Due sono medici e la terza diventerà un’infermiera. Forse sarà l’unica, quest’ultima, a portare a termine il contratto di “tracciatore” - scadenza 31 di gennaio - gli altri due aspettano la chiamata per un posto di lavoro. E intanto si mettono alla prova tutti e tre. Perché tutti e tre dicono: “Fare il lavoro di tracciamento significa misurarsi ogni giorno con le persone che hanno il Covid e che ognuna di loro reagisce a volte bene e a volte male”. Tutti e tre hanno risposto al bando della Protezione Civile. I due medici guadagnano 30 euro l’ora -lordi - per 35 ore la settimana, la laureanda in scienza infermieristiche ne prende 15 - lordi - per 20 ore la settimana. Ma nessuno di loro lo fa solo per i soldi. “Personalmente questa esperienza mi ha insegnato a comunicare con gli altri - dice il neo dottore, 29 anni - Appena la persona che contattiamo risponde al telefono prima di tutto ci accertiamo che sia davvero chi stiamo cercando, poi gli diciamo se è al corrente del risultato del tampone. Spesso già lo sanno, alcuni invece no. E’ per questo che ho sempre cercato un approccio in punta di piedi. Con tutti. Non so mai se sanno che sono o meno positivi. Poi cominciano le domande sui contatti. Per chi è sintomatico chiediamo i nomi dei contatti fino a 48 ore prima della comparsa dei sintomi per chi invece è asintomatico allora 48 ore prima del tampone”. “Finora mi sono sempre imbattuto in persone che hanno affrontato il Covid in maniera tranquilla. I problemi che più li spaventano, piuttosto, sono legati all’isolamento, al dovere convivere con gli altri in una stessa casa. Uno di loro mi ha chiesto di andare in un albergo sanitario. Come vivo tutto questo? In prima persona. Da dentro si capisce quanto impatto abbia avuto nella nostra società. L’isolamento dei giovani e le difficoltà per gli anziani”. Fresca di laurea, 24 anni, a luglio è diventata medico specializzata in malattie infettive. “In sei ore di lavoro - racconta - riesco ad evadere dalle tre alle nove ‘pratiche’. Dipende dalle persone, dal numero dei contatti e dipende anche se riusciamo a rintracciare la persona positiva. A volte succede che non risponde al numero di telefono che abbiamo e allora occorre chiamare i vigili urbani che forniscono un altro numero, oppure vanno a cercarlo a casa. Da oggi (ieri ndr), sul sistema c’è anche un’altra opzione ‘irreperibile’, dopo di che la pratica va in mano al Comune o al medico di famiglia che cercherà di contattare la persona”. “In questi giorni mi è capitato di telefonare ad un paziente e comunicargli il risultato del tampone, perché non lo aveva ancora visto. Si è messo a piangere. Se dobbiamo parlare con un minore chiamiamo i genitori. A volte nelle persone colpite da Covid c’è la paura, altre volte la rassegnazione. Un’esperienza forte, perché tocchi con mano tante situazioni e perché davvero ti rendi conto di quello che stiamo vivendo”. Ha 23 anni ed è una laureanda in scienze infermieristiche: “Anche i contatti della persona positiva vengono poi contattati da noi che gli diamo istruzioni su come comportarsi. Ce ne sono di quattro tipi: convivente, familiare che però non abitano insieme, convivente che però si è già isolato e infine gli amici e i colleghi di lavoro, cioè le persone che sono state vicine più di 15 minuti senza mascherina”. “Io ho trovato persone più scocciate che impaurite dal virus - racconta - Tanto da non capire l’importanza della quarantena. E così quando dico loro di restare a casa e di non uscire per nessuno motivo, mi sento spesso rispondere: ‘ma come, sicuri che non posso nemmeno andare a fare la spesa’. Sicuri, rispondiamo loro. Con la speranza che a casa ci restino davvero”.