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Arezzo, ciclista morto investito nel parcheggio: l'automobilista viene assolto. La sentenza

Luca Serafini
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Il ciclista morì dopo l’urto con una macchina nell’area del parcheggio Rossellino, ma l’automobilista che era al volante della Nissan Qashqai non può essere condannato come responsabile penale di quella tragedia. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Firenze, confermando la sentenza di assoluzione emessa ad Arezzo dal giudice Fabio Lombardo. La prova dell’omicidio colposo - stabilì il primo pronunciamento - non è stata raggiunta per l’impossibilità di ricostruire l’esatta dinamica e di attribuire all’imputato, Alessandro G., settantenne aretino, una condotta di guida scorretta, negligente e imprudente.

Erano le 11.45 del 13 ottobre 2014 quando Michele M., ultra ottantenne residente in città, finì a terra. I soccorritori del 118 lo trovarono nei pressi delle strisce pedonali, con la bicicletta tra le gambe e con traumi importanti che a sera, alle Scotte di Siena, ne provocarono la morte.

Tra la bici Viscontea e la Nissan c’era stata una collisione riscontrabile dalle tracce sui veicoli, non particolarmente violenta, nei pressi delle strisce pedonali tra parcheggio e area bus turistici. L’auto percorreva in uscita la corsia del parcheggio per residenti “Bernardo Rossellino”. L’anziano ciclista proveniva dalla destra, forse dalla rampa in discesa che viene giù da via Leone Leoni lungo il bastione. O forse no - perché non ci sono testimoni e mancano segni di frenata o altro -: il ciclista proveniva dal marciapiede, quindi dalla stessa direzione della macchina, e poi sterzò all’ultimo sbucando tra le auto in sosta. Non si sa.

L’accusa sosteneva che il conducente dell’auto non si accertò che provenisse qualcuno, non dette la precedenza al ciclista e quindi lo travolse con urto sulla parte anteriore destra. Per la difesa invece la bicicletta condotta dalla vittima - che sulle strisce va spinta a piedi - si immise “in maniera del tutto improvvisa e a velocità eccessiva sulla corsia destinata al transito delle autovetture sulla quale stava procedendo la Nissan senza consentire al conducente di evitare l’impatto”. Ha prevalso proprio questa seconda versione dei fatti sostenuta dagli avvocati Roberto Alboni ed Enzo Benincasa. Per l’imputato erano stati chiesti 6 mesi di reclusione sia nel 2018 ad Arezzo, che l’altro ieri a Firenze in appello. A sciogliere molti dubbi doveva essere la consulenza tecnica affidata dal pm ad un esperto sulla dinamica del sinistro. Ma non sono scaturite certezze.

E “in assenza di elementi certi ai quali ancorare un giudizio, nessuna delle tesi può essere ritenuta più verosimile dell’altra con un alto grado di verità razionale”, scrive il giudice Lombardo. In dubbio il punto di impatto: seguivano traiettorie perpendicolari o andamento parallelo e convergente dei due veicoli? Ignoto il punto d’impatto. Sulle strisce? Ignote le velocità. L’automobilista si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Le indagini non hanno diradato i dubbi. La tragedia ci fu e il povero ciclista morì ma per la giustizia l’omicidio colposo “non sussiste” ai sensi dell’articolo 530 comma 2. Perché “la prova manca, è insufficiente o è contraddittoria”.