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Arezzo, due anni fa la sparatoria dal gommista. Fredy ancora sotto accusa per il ladro ucciso, archiviata indagine su banda in fuga

 Fredy Pacini e l'avvocato Alessandra Cheli

Luca Serafini
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Due anni dopo la notte degli spari, manca la risposta della giustizia. Se l’uccisione del ladro entrato nel capannone a colpi di piccone fu una difesa legittima o se invece fu un eccesso. Se il gommista Fredy Pacini ha commesso un reato o se invece salvò la sua pelle e quindi non può essere processato e punito. 

A due anni di distanza da quel 28 novembre 2018 la parola fine sulla vicenda di Monte San Savino per ora è calata soltanto per il fascicolo che riguardava le indagini sul tentato furto messo in atto dalla banda di ladri. Archiviato. Indagini ponderose ma vane. Accertamenti minuziosi su celle telefoniche, intercettazioni, analisi dei Ris per rilevare tracce biologiche in grado di portare all’identità dei malviventi. Niente. E non ha certo agevolato i carabinieri il fatto che la zona industriale di Monte San Savino fosse sguarnita di un adeguato impianto di videosorveglianza.

Così, quanti fossero i ladri entrati in azione in via della Costituzione non si sa. Con quale mezzo fossero arrivati per trafugare biciclette e altro materiale dall’azienda del gommista Pacini, neanche; quali altri colpi abbiano firmato in zona e in Italia. I complici di Mircea Vitalie Tonjoc, il 28enne moldavo rimasto ucciso nel piazzale, non avranno un volto. In quel fascicolo Fredy era parte offesa, bersaglio dell’ennesimo furto ai suoi danni.

Dormiva in ditta apposta. Con la pistola regolarmente detenuta che quella volta, svegliato dalle picconate, usò. Dopo la seconda richiesta di archiviazione per Fredy da parte della procura, nei prossimi giorni sarà il giudice Fabio Lombardo a pronunciarsi. Rileggendo le motivazioni con cui rigettò la precedente richiesta, potrebbe optare per l’imputazione coatta. Un processo per sviscerare la vicenda. O invece può essersi convinto della tesi del pm Andrea Claudiani e del procuratore Roberto Rossi: “ legittima difesa putativa”.

E cioè: Pacini sbagliò a reagire in quel modo, esplodendo i colpi anche se non era direttamente sotto tiro, ma sbagliò in modo comprensibile perché percepì una situazione in cui riteneva di essere seriamente in pericolo di vita: solo, senza via di fuga, al buio, dinanzi a gente senza scrupoli, forse armata. Intanto, insieme alle integrazioni offerte dalla procura al gip, l’indagine sui ladri in fuga ha di sicuro escluso che qualcuno abbia spostato la vittima dopo il ferimento sull’ingresso: nessuna traccia di dna estraneo allo stesso Tonjoc sulla torcia che aveva in mano e sui vestiti.

La legittimità della reazione di Fredy alla minaccia di quella notte è al vaglio. La decisione del gip è attesa in dicembre. Per Fredy l’attesa, estenuante, continua. Al suo fianco la famiglia, l’avvocato Alessandra Cheli, la solidarietà di tanti, il supporto di politici eccellenti (Salvini, Meloni), ma soprattutto lui si sente con la coscienza a posto.