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Arezzo, il prete dell'ospedale positivo al Covid: "Guarisco e torno dai malati". Quei cappellani tra pazienti e familiari: addii e conforto

Luca Serafini
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Portano in ospedale preghiere, conforto e speranza. Ai pazienti Covid , a quelli con le altre patologie, ai familiari dei ricoverati. Sono i cappellani del'ospedale. Padre Andrea, padre Antonio e don Stefano. Si danno il turno al San Donato di Arezzo perché ci sia sempre un punto di riferimento religioso per chi ha fede e anche per chi non ce l'ha.

Sono in tre ma si fanno in quattro, per stare vicino a chi soffre. Però in questi giorni è tutto più complicato perché padre Antonio ha preso il Coronavirus ed è in cura domiciliare, e padre Andrea che vive nella stessa casa è in quarantena. Originari della Nigeria, da anni impegnati in questa missione, non vedono l'ora di tornare dai loro malati. Sono sacerdoti "in prima linea" sul fronte del Coronavirus: figure semplici ma preziose per chi è alle prese con la malattia. Un appiglio per chi lotta contro il virus che attacca i polmoni ma non può avere accanto il conforto dei parenti. Nella “bolla” dei reparti Covid è la solitudine l'altro male da sconfiggere.

Don Stefano , con umiltà e spirito di servizio, vorrebbe rimanere nell'ombra, vorrebbe che non parlasse di lui e del suo ruolo in ospedale, pure così importante: ha appena fatto la notte e riusciamo a scambiarci due parole: “C'è tanto da fare, in ospedale e fuori, questo virus diffonde angoscia, paura ”, dice. Pure lui, come gli altri, si muove nell'ambiente ospedaliero con tutti gli accorgimenti, il gel, la mascherina, anche la tuta, quando è consentito l'accesso nei reparti blindati per portare la comunione ai pazienti che ne fanno richiesta. Sono preti che sperimentano il dramma degli addii - tanti i decessi anche al San Donato - ma che portano speranza e sollievo. Sì, è la solitudine, dice padre Andreascambiarci due parole: “C’è tanto da fare, in ospedale e fuori, questo virus diffonde angoscia, paura”, dice. Pure lui, come gli altri, si muove nell’ambiente ospedaliero con tutti gli accorgimenti, il gel, la mascherina, anche la tuta, quando è consentito l’accesso nei reparti blindati per portare la comunione ai pazienti che ne fanno richiesta. Sono preti che sperimentano il dramma degli addii - tanti i decessi anche al San Donato - ma che portano speranza e sollievo. Sì, è la solitudine, dice , il problema grande: “Quanto pesa il distacco tra pazienti e famiglie. Così ci capita di fare da tramite, quando è possibile. Rispetto a prima è tutto più difficile, noi ci mettiamo la nostra vicinanza, il conforto, la preghiera ”.

Fino a qualche mese fa in ospedale c'era anche don Alessandro, che il cappellano lo ha fatto per una vita e per tutta la prima ondata ha visto in faccia la cruda realtà del Coronavirus. “Il Covid toglie ai malati l'affetto dei loro cari”, dadi. Momenti duri, anche tragici. Il segno della croce per identificare, visto che le tute coprono gli abiti, le mascherine nascondono i volti, le sembianze, i sorrisi. I cappellani vanno con il cuore aperto verso gli altri, con discrezione, disponibilità e rispetto verso le famiglie. Si attengono con scrupolo ai protocolli, alle regole, agli orari. “Entriamo in punta di piedi a portare Gesù”, dicono. Celebrano la santa messaCoronavirus. “Il Covid toglie ai malati l’affetto dei loro cari”, dice. Momenti duri, anche tragici. Il segno della croce per farsi identificare, visto che le tute coprono gli abiti, le mascherine nascondono i volti, le sembianze, i sorrisi. I cappellani vanno con il cuore aperto verso gli altri, con discrezione, disponibilità e rispetto verso le famiglie. Si attengono con scrupolo ai protocolli, alle regole, agli orari. “Entriamo in punta di piedi a portare Gesù”, dicono. Celebrano la anche per medici e operatori sanitari, e per chi crede è forza. Benedicono le salme. Tante, troppe. Cercano le parole giuste ei gesti più delicati. Incrociano gli occhi con chi è costretto sui letti, e con i familiari che magari si macerano chiedendosi: “Perché è toccato a noi?”. 

Padre Antonio, 38 anni, è positivo al Covid. Lo ha scoperto nei giorni scorsi. Qualche disturbo, poi la conferma dal tampone. “Sto abbastanza bene, vorrei recuperare in fretta. Il nostro ruolo in ospedale serve. E 'tutto più difficile rispetto a prima, ci sono le distanze, non possiamo avvicinarci, pregare insieme, ma basta uno sguardo, un cenno e il cuore si può illuminare. Mi è capitato di raccogliere il lamento di chi temeva di morire solo e si è tranquillizzato. Quando occorre facciamo da tramite con i familiari. In ospedale tutti i sanitari lavorano benissimo, eccellenti, ma il prete è un punto di riferimento per confidarsi ”. Recano vicinanza a chi è nella malattia, a chi sta per guarire, a chi non ce la fa. Ma curano anche l'anima di chi resta, dei tanti che in giro, nelle parrocchie,Covid. Lo ha scoperto nei giorni scorsi. Qualche disturbo, poi la conferma dal tampone. “Sto abbastanza bene, vorrei recuperare in fretta. Il nostro ruolo in ospedale serve. E’ tutto più difficile rispetto a prima, ci sono le distanze, non possiamo avvicinarci, pregare insieme, ma basta uno sguardo, un cenno e il cuore si può illuminare. Mi è capitato di raccogliere il lamento di chi temeva di morire solo e si è tranquillizzato. Quando occorre facciamo da tramite con i familiari. In ospedale tutti i sanitari lavorano benissimo, eccellenti, ma il prete è un punto di riferimento per confidarsi”. Recano vicinanza a chi è nella malattia, a chi sta per guarire, a chi non ce la fa. Ma curano anche l’anima di chi resta, dei tanti che in giro, nelle parrocchie, nelle loro case - molti di loro anziani e soli - sono spaventati, si sentono abbandonati e si interrogano: “Quanto durerà ancora?”.