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Arezzo, asta deserta per la ex Unoaerre: il prezzo cala ancora e aumenta il degrado dell'area

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Luca Serafini
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Ore 18: nessuna offerta pervenuta. E’ andata deserta l’ennesima asta (14° tentativo) per la vendita della vecchia Unoaerre ad Arezzo. Nessun compratore ha presentato la busta per aggiudicarsi area e immobile che hanno fatto la storia dell’oreficeria italiana, una superficie in teoria appetibile per investimenti futuri. Il prezzo, partito dieci anni fa da 19,6 milioni, ieri era di due milioni e mezzo per effetto dei ribassi che si sono susseguiti nel tempo. C’era fiducia. Certe richieste di informazioni pervenute ai liquidatori della vecchia società facevano sperare, finalmente, in una iniziativa. Invece niente. Zero assoluto. Ora con il nuovo “sconto” del quindici per cento, la prossima volta si ritenterà partendo da circa due milioni e 150 mila euro.

Un prezzo da saldi. E vedremo se ci sarà qualcuno, probabilmente a primavera, a lanciarsi verso questo pezzo di città dal valore storico, affettivo, ma anche immobiliare. Mentre il prezzo cala, le erbacce e il degrado crescono là dove produttività e creatività della gente aretina hanno scritto una storia che prosegue tuttora, a San Zeno, con Unoaerre Industries. Realtà industriale che, tra l’altro, si accinge a chiudere discretamente l’anno terribile del Coronavirus. Salvata e rilanciata da Sergio Squarcialupi, inserita nel pacchetto di proprietà della famiglia con Chimet, affidata a manager giusti, Unoaerre viaggia bene in virtù di scelte strategiche e commerciali azzeccate, oltre che grazie al nome che la distingue nel mondo. Ma qui si parla del relitto di via Fiorentina, ancora in balìa del nulla.

Quella di ieri era l’asta numero quattordici a partire dal 2011. Il mercato immobiliare è rimasto ancora indifferente. I tempi sono quello che sono: coraggio, fantasia e soldi scarseggiano. La riconversione dell'area in chiave direzionale, residenziale e commerciale che pure può rivelarsi una scommessa vincente, resta nel campo delle ipotesi. In ballo ci sono 75mila metri quadrati di superficie e 140mila metri cubi di struttura. Il prezzo era di 2.524.094.

Compito dei liquidatori giudiziali Alessandro Benocci, Luciano Bertolini e Gino Faralli, avvocato il primo e commercialisti gli altri, è ricavarne soldi nell’ambito del concordato in continuità, per i creditori chirografari. La città invece attende che possa rifiorire qualcosa di moderno e qualificante là dove dal 1966 operò la fabbrica numero uno generata nel 1926 dagli intraprendenti Gori e Zucchi. Dopo la delusione delle ore 18 di ieri, l'immobile che appartiene a “Realizzazioni e bonifiche in liquidazione e concordato preventivo” resta lì, brutto e muto, in attesa del prossimo tentativo di vendita.