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Arezzo, malato aggredito e ucciso in ospedale da paziente psichiatrico sfuggito a sanitari: l'Asl non pagherà

Luca Serafini
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L’Asl non dovrà risarcire i familiari del paziente morto per l’aggressione subita in ospedale da parte di un altro paziente. Anche se il fatto avvenne in un ambiente sanitario dove si va per essere curati e non per essere picchiati; anche se il malato psichico sfuggì al controllo degli operatori cui era affidato; anche se l’esperienza dei reparti “Tenda” per i soggetti psichiatrici posizionati vicino agli altri degenti era così inopportuna che venne eliminata subito dopo quel tragico fatto.

No, nessuna causa civile sarà intentata alla Asl dopo che il caso avvenuto all’ospedale della Fratta di Cortona l’8 luglio 2014 è definitivamente chiuso. La procura di Arezzo ha infatti deciso di non impugnare l’assoluzione dei tre imputati: il medico responsabile della Salute Mentale nel territorio della Valdichiana, la direttrice del presidio ospedaliero e la dottoressa che aveva in cura l’omicida. Quest’ultimo, Alessandro L., cortonese trentenne, si tolse la vita un anno dopo e la sua posizione si è dunque cancellata da sé. Restava però da accertare come fosse stato possibile che un inerme paziente ottantenne, il signor Sergio Botti di Castiglion Fiorentino, fosse morto in quel modo: affidato al servizio sanitario per essere curato, fu ucciso in circostanze che davano adito al sospetto di omissioni, negligenze, imperizie e imprudenze. Da parte di chi doveva organizzare l’ospedale e da parte di chi aveva direttamente in carico il paziente colto dal raptus.

Sfuggì ai sanitari, saltò sul letto di Botti e gli provocò lesioni che il 24 luglio ne determinarono la morte. L’ipotesi: concorso in omicidio colposo. Il lungo processo è terminato con un nulla di fatto dopo essere andato avanti non proprio rapidamente. La sentenza del giudice monocratico di Arezzo Stefano Cascone è del 20 luglio 2020. La rosa degli indagati iniziali si è ristretta e alla fine erano rimasi in tre a rispondere dei reati ipotizzati. Assolti. E non ci sarà un processo di appello.

Lette ed esaminate le motivazioni alla sentenza, il sostituto procuratore Julia Maggiore e la procura aretina non hanno ravvisato margini per portare a Firenze la complessa e controversa vicenda. Fine della storia. Il procedimento penale, decorsi i termini per l’impugnazione, è definitivamente chiuso. E sulla scorta delle conclusioni del giudice, anche in sede civile non c’è spazio per un’eventuale azione dei familiari di Botti volta a chiedere conto alla Asl di quanto avvenuto. Assistiti dall’avvocato Donata Pasquini, i familiari hanno fatto tutto il possibile perché si facesse luce sulla dolorosa vicenda.

Se c’erano state superficialità e condotte non appropriate che avevano determinato il tragico epilogo della degenza del loro caro. Con argomentazioni giuridiche e sulla scorta di pronunciamenti della Cassazione, è stata esclusa la responsabilità penale dei tre imputati difesi dagli avvocati Lidia Braca, Luca Fanfani e Gaetano Viciconte.

Nella parte civile restano perplessità, dubbi e amarezza. Non fosse altro per il fatto che quel tipo di degenza promiscua tra pazienti psichiatrici potenzialmente pericolosi e gli altri pazienti era applicata solo nella Asl di Arezzo e, anche dietro rilievi dei Nas, fu poi scartata dopo la morte di Botti. Resta i il dubbio che i livelli di assistenza e sorveglianza del malato psichiatrico non erano elevatissimi come nei reparti degli ospedali preposti. Se il giovane quella notte fosse stato trasferito ad Arezzo forse nulla sarebbe successo. Di certo c’è che per la morte di Botti non pagherà nessuno.