Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Arezzo, Simone Giannerini il leader di Ristoratori Italiani: "L'asporto non è un lavoro e coi ristori non si campa"

Francesca Muzzi
  • a
  • a
  • a

Simone Giannerini ha 50 anni tanti quanti il suo ristorante che si trova alle pendici del Pratomagno e che si chiama “La Crocina”. Simone è fiorentino, ma la sua famiglia è casentinese ed è stato il babbo a costruire il ristorante che quest’anno è stato aperto appena due mesi: luglio e agosto. Simone è direttore regionale dei Ristoratori Toscana e la sua voce è rimbalzata forte e chiara dagli schermi di Retequattro e dalla trasmissione “Dritto e Rovescio” condotta da Paolo del Debbio. Ha parlato della sua situazione, ma soprattutto di quella dei suoi colleghi. Di chi ha dovuto mandare in cassa integrazione dodici dipendenti “e all’inizio sono stati proprio i titolari a pagare” e di chi ha aperto un bar l’8 di marzo, il giorno prima della grande serrata e adesso si trova in mezzo allo sfratto. E poi dei ristori che vengono calcolati sulla perdita di fatturato tra aprile 2019 e aprile 2020: “Io sono fortunato – dice con ironia – a me hanno dato il 5 per cento e no il 3 per cento, poiché io sono un ristorante stagionale. Volete sapere in soldoni? Ad aprile 2019 ho guadagnato 9mila euro, quest’anno 0”. Si domanda: “Perchè in Germania e negli altri paesi dell’Europa danno il 75% del fatturato e da noi solo elemosina. Se i centri commerciali possono restare aperti, perché noi no? Tutti abbiamo il diritto di lavorare. Tutti”. “Provate voi a gestire un’attività solo con il 5 per cento del fatturato, ma con tutti i costi fissi ad attendere e poi mi dite se ce la fate ad andare avanti. Io sono single, non ho figli, ma chi si ritrova una famiglia da sfamare?”. Simone usa più volte il verbo sfamare e rimarca “qua c’è gente alla fame, che non sa dove battere la testa”. Lui il suo ristorante lo ha chiuso il 26 di febbraio “prima rispetto al lockdown di marzo, perché mi misero in quarantena e per fortuna non ho mai avuto il Covid. Poi l’ho riaperto il 2 di giugno. Tutti noi abbiamo speso per mettere i nostri locali a regola. Non abbiamo preso tavoli con un numero superiore alle sette-otto persone a seconda delle dimensioni dei locali. Personalmente sono riuscito a lavorare luglio e agosto, ma a settembre è ricominciata la seconda ondata e ci hanno chiuso un’altra volta. E di nuovo abbiamo dovuto ricominciare daccapo”. Simone a novembre ha guidato i ristoratori toscani a piedi, da Firenze a Roma. L’ha chiamato “il cammino degli inessenziali”. “Abbiamo incontrato e parlato con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte gli abbiamo detto che noi abbiamo bisogno di lavorare, perché l’asporto non è lavoro. Con l’asporto non paghiamo le tasse che ora arriveranno entro il mese di gennaio, non paghiamo i dipendenti. Possibile che non lo capiscono. Qua c’è gente alla fame e tra poco arrivano le cartelle esattoriali, ma di riaprire con tutte le precauzioni possibili, proprio non se ne parla”. E la paura di Simone Giannerini è anche un’altra: “Che ci vorranno mesi, se non anni, a ritrovare la normalità che avevamo prima. La gente ha timore ad uscire di casa. Ha paura di tutto. E così è dura rimettere in sesto la nostra economia ed evitare, ogni giorno, che un nostro collega, muoia di fame e perda la dignità”.