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Arezzo, "viadotto Puleto a rischio crollo": due anni dopo il sequestro sulla E45 che divise l'Italia fissato processo ai dirigenti di Anas

 Il sequestro del 16 gennaio 2019

Luca Serafini
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Due anni dopo il sequestro del viadotto Puleto, con l’Italia spezzata in due per il timore di un possibile crollo, il caso E45 arriva finalmente davanti al giudice monocratico di Arezzo. E’ stata fissata per il prossimo 3 febbraio l’udienza penale per i tre imputati per “omessa manutenzione”: il capo compartimento, il capo centro e il capo nucleo.

A vario titolo, in relazione alle mansioni ricoperte in seno ad Anas che ha in gestione la superstrada, sono chiamati a rispondere di un reato che sebbene contravvenzionale e quindi dalle conseguenze non pesanti, sarebbe assai scomodo in caso di condanna per chi ha il compito di tenere efficienti e sicure strade e opere viarie. Il caso, controverso, è quello dell’ormai celebre viadotto posto tra le provincie di Arezzo e Forli Cesena sul quale il 16 gennaio 2019 vennero apposti i sigilli. A disporli fu il giudice Piergiorgio Ponticelli e a chiederli era stato il procuratore Roberto Rossi, lo stesso che ha mandato a giudizio con citazione diretta i tre dirigenti Anas.

Le pessime condizioni del ponte, sospeso a decine di metri di altezza, erano visibili a occhio nudo. Qualcuno aveva fatto circolare in Rete video da brivido, con ferri fuori dal calcestruzzo, pezzi staccati ed evidenti segni di ammaloramento. La procura in realtà si era già mossa con due ingegneri, Antonio Turco e Fabio Canè, incaricati di studiare la situazione. E la loro risposta, anche con l’ausilio dei droni, fu questa: ponte rischioso, non affidabile, trascurato per troppi anni da chi doveva tenerlo in buone condizioni.

La sciagura del ponte Morandi di Genova, 14 agosto 2018, era ancora fresca e la procura sulla base della relazione dei suoi consulenti, ritenne di dover intervenire con il sequestro del viadotto nel comune di Pieve Santo Stefano, cosa che innescò inevitabilmente una serie di problemi nei collegamenti e ingenti disagi economici per la necessità di seguire percorsi alternativi scomodi per superare l’Appennino. Il blocco durò un mese, la graduale riapertura avvenne solo dopo l’esecuzione di opere urgenti. Poi è seguito un intreccio di perizie discordanti fra loro. Ponte sicuro, ponte non sicuro. Infine la chiusura dell’inchiesta della procura, secondo la quale i tre dirigenti avrebbero “omesso di provvedere, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, affinché venissero eseguiti i lavori necessari al fine di rimuovere il pericolo costituito dal cattivo stato di conservazione del viadotto, derivante da carenza assoluta di manutenzione dello stesso.”

Indice puntato su “distacchi e scopertura dei ferri longitudinali o di parete, ossidati e con sezione degli acciai parziali e in alcuni casi la messa fuori funzione di alcune barre dell’armatura”. Il punto massimo di fragilità: “Gli apparecchi di appoggio delle travi dell’impalcato ancorate a baggioli in cemento armato fortemente degradati”. Determinante la perizia bis, quella dell’ingegner Vincenzo Laudazi dell’Università di Pisa che rappresenta tuttora una situazione di pericolo legato alla zona ad elevato rischio sismico in cui si trova il viadotto. Opposte a quelle della Procura sono le valutazioni degli esperti di Anas pervenuti ad una valutazione della tenuta del Puleto rassicurante.

Nessun pericolo di crollo e lavori di manutenzione da 2 milioni e mezzo che erano in procinto di essere eseguiti, già assegnati, se non fosse scattato il sequestro. Le esigenze probatorie del processo hanno rallentato l’avvio dell’intervento ora interrotto per lo stop invernale ai cantieri. Gravi ritardi a rischio e pericolo di chi passava sul viadotto e possibile disastro scongiurato o scrupolo eccessivo della procura? Il dilemma presto sarà sciolto dal giudice.