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Arezzo, barista non serve cliente senza mascherina e viene licenziato ma il giudice del lavoro lo fa riassumere

Consegnate al Comune di Terni le prime 20 mila mascherine

Luca Serafini
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E’ stato licenziato in tronco per non aver servito il cliente che si era presentato al banco senza mascherina. L’invito del barista rivolto all’avventore di usare la protezione anti contagio, ha innescato un diverbio con effetto boomerang. Il camionista entrato nel locale per comprare le sigarette ha pubblicato sul web la sua lamentela e S.V., dipendente di Autogrill di 55 anni, da una ventina al lavoro per l’azienda, è stato defenestrato. E’ successo all’area di servizio di Badia al Pino Ovest durante la prima ondata Covid, alla fine dello scorso mese di marzo quando ancora non era in vigore l’obbligo di indossare la mascherina, era soltanto consigliata. Ma giorni fa, il 13 gennaio, il giudice del lavoro di Arezzo, Giorgio Rispoli, ha ribaltato tutto.

Chiamato a decidere sulla questione ha emesso una sentenza con la quale dà ragione al lavoratore: ha disposto il suo reintegro nell’organico. Ma partiamo dall’inizio. Turno di notte all’Autogrill lungo l’A1. Il dipendente è solo al banco. Serve caffè, sandwich e quant’altro a chi arriva. Entrano persone. Uno di loro, un autotrasportatore senza mascherina, gli si presenta davanti per acquistare sigarette. Il barista lo invita almeno a coprirsi con il collo della felpa: il cliente gli risponde che “le mascherine le portano i malati” e attacca l’addetto e la sua categoria, annunciando di rivolgersi alla polizia. L’acquisto non avviene. Il camionista irritato esce e su Facebook si lamenta per la “scortesia” ricevuta. Il messaggio arriva all’azienda che individua il dipendente protagonista del contrasto verbale.

Un richiamo? Un ammonimento? No, il licenziamento. La brusca interruzione del rapporto di lavoro gli viene comunicata il 10 aprile. L’uomo, padre di famiglia, non ci sta e decide di rivolgersi a un avvocato. Porta la vicenda davanti al giudice del lavoro di Arezzo. Il 7 luglio c’è un primo pronunciamento a suo favore, un’ordinanza che dispone il reintegro e il pagamento degli stipendi. Non sussistono gli estremi della “giusta causa”, afferma il tribunale. Ma Autogrill si oppone sostenendo che il dipendente con il suo comportamento sarebbe “inadempiente nei confronti dei suoi obblighi contrattuali” per aver “disatteso le indicazioni aziendali previste in questo periodo di emergenza sanitaria” e per aver “danneggiato gravemente l’immagine aziendale”.

Nel processo il dipendente ha però riferito la sua versione dei fatti, aggiungendo pure che il cliente avrebbe dato dal “ladro” a lui e all’azienda: avrebbe infatti detto che quelli come lui gli prosciugavano lo stipendio “prima a viso scoperto e ora con la mascherina”. La ricostruzione dell’episodio ha convinto il giudice Giorgio Rispoli che con la recente sentenza ha ribadito: licenziamento ingiusto. Perché da parte del dipendente non ci furono offese, casomai “una reazione verbale giustificata dall’esasperazione per una condotta altrui omissiva” che denotava la “sottovalutazione del fenomeno pandemico accompagnata da frasi villane e sprezzanti della salute propria e degli altri clienti oltre che del cassiere”. Il giudice quindi non rileva la “gravità morale ed economica” che invece devono sorreggere un illecito disciplinare tale da far scattare il licenziamento.

“”La condotta censurata dal datore di lavoro è inidonea a ledere definitivamente la fiducia alla base del rapporto di lavoro” scrive Rispoli “non integrando la violazione del dovere di fedeltà all’articolo 2105 né la giusta causa di licenziamento”. Insomma, l’addetto “si è limitato ad esercitare il proprio diritto, costituzionalmente garantito, a svolgere la propria prestazione in condizioni di sicurezza”. Era esposto ad un rischio, anche se in quella fase non c’era una disposizione di legge in vigore. Dunque: reintegro e risarcimento. Risulta tuttavia che l’azienda, finora, preferisca pagarlo senza farlo rientrare in servizio.