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Arezzo, morti asfissiati dall'argon all'Archivio di Stato: udienza per 13 accusati, famiglie dei due impiegati parte civile

Luca Serafini
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Impiegati morti asfissiati all’Archivio di Stato di Arezzo, è il giorno dell’udienza preliminare per i tredici accusati di omicidio colposo. Era il 20 settembre 2018 quando l’invisibile argon uscito dalle bombole dell’impianto antincendi, uccise Piero Bruni e Filippo Bagni. Non c’era fuoco da spegnere quella mattina e il falso allarme, ha stabilito la perizia, scattò perché l’impianto era gravemente difettoso. Montato male. E senza dispositivi di sicurezza. Con una valvola al contrario e niente sfiato esterno. Una specie di trappola. Il rilascio del micidiale gas che deve togliere l’ossigeno alle fiamme, lo tolse proprio ai due uomini scesi per le scale del palazzo in cima a Corso Italia, andati giù a controllare le bizze dell’impianto killer. Nessuno, sembra, aveva spiegato loro e ai colleghi il reale pericolo.

Due anni e quattro mesi dopo, la vicenda arriva in un’aula di tribunale. C’è voluto molto tempo per la complessità del caso e per dipanare l’intreccio delle presunte responsabilità. Secondo il pm Laura Taddei ognuno dei tredici indagati ha una parte di colpa nella assurda morte di Bruni e Bagni. E per questo ne chiede il processo. Ma spetterà al giudice Claudio Lara stabilire per ognuno di essi se mandarlo a giudizio o no. Serviranno più udienze, sarà definito un calendario. Ma la giornata di oggi vedrà come atto centrale la costituzione di parte civile dei familiari delle vittime che con dignità e civiltà hanno affrontato il macigno di dolore abbattutosi su di loro. Attendono il dipanarsi della lunga procedura con pazienza e sofferenza. Chiedono verità e giustizia. Lo Stato per il quale i loro cari lavoravano non ha ancora risarcito nulla ma ha mostrato vicinanza.

Niente potrà mai lenire la perdita di due mariti e due padri di famiglia. Più volte le vedove hanno detto che questo processo deve dare risposte a chi ha perso Piero e Filippo e deve servire perché non si ripetano cose del genere. Dopo l’assurdo sacrificio dei due impiegati dell’Archivio di Stato, risulta che molti uffici pubblici abbiano innalzato i livelli di sicurezza. E l’argon non è più sconosciuto come prima. A costituirsi parte civile saranno la moglie di Piero Bruni, la signora Monica, e i figli, con gli avvocati Piero Melani Graverini e Luca Fanfani; la moglie di Filippo Bagni, la signora Anna Maria e la figlia, con gli avvocati Riccardo Gilardoni e Walter Renzetti.

A vario titolo, gli indagati sono Claudio Saviotti e Antonella D’Agostino, il direttore dell’Archivio all’epoca del fatto e colei che lo ha preceduto fino al 2016, quali datori di lavoro degli impiegati; Piero Santantonio, Mario Scirpa, Alessio Vannaroni, Andrea Pierdominici della società Igeam che si occupava di sicurezza, prevenzione e protezione dell’Archivio; Marino Frasca e Renato Concordia della Idealclima Lavori che nel 2006 firmarono la dichiarazione di conformità dell’impianto di spegnimento automatico a gas; Maurizio Morelli e Simone Morelli della Remas Antincendi srl che dal 2007 aveva l’incarico della manutenzione dell’impianto; Gianfranco Conti, titolare di una ditta ingaggiata da Remas; Andrea Gori, professionista che asseverò la conformità dell’impianto nel 2016; il dirigente dei Vigili del Fuoco Antonio Zumbo che valutò a sua volta l’impianto.

La perizia ha messo a nudo una serie di deficit e il processo dovrà stabilire se ci sono state omissioni, negligenze, imprudenze e imperizie da condannare. La mancata valutazione del rischio nel luogo di lavoro, la mancata informazione e controllo della funzionalità dell’impianto; l’inadeguata formazione dei dipendenti[TESTO] con corsi mirati. E quel deposito delle bombole, senza ventilazione, senza allarmi in caso di fuoriuscita di gas e riduzione di ossigeno, senza collegamento all’esterno con la valvola di sicurezza.

Ruolo tragico lo ebbe anche il “pulsante rosso” della centralina (il dispositivo che ha generato la sequenza d’allarme e quindi la scarica di argon) nel quale era stato installato un vetrino non compatibile ritenuto responsabile dell’anomalia. Per non parlare della valvola di sicurezza “palesemente montata al contrario” e delle griglie di aerazione tra deposito bombole e scale che costituivano un grave rischio in caso di fuoriuscita del gas. Come infatti avvenne perché in quel contesto di approssimazione (è anche emerso il subappalto a una ditta senza requisiti tecnico-professionali) era stata istituita una “sciagurata procedura di tacitazione dell’allarme” [TESTO]che prevedeva operazioni pericolose come l’ispezione, che costò la vita agli impiegati. Stramazzarono davanti alla porta del vano tecnico. Tra i difensori degli indagati figurano gli avvocati[TESTO] Roberto e Simone De Fraja, Luciano Spigliantini, Francesca Arcangioli e Barbara Sodi, Mario Cherubini, Tiberio Baroni, Ramona Borri, Alessandra Panduri, Marco Santoni. A lenti passi verso la verità.