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Arezzo, impiegati morti all'Archivio di Stato: parte civile cita Mibact e Ministero dell'Interno nel processo come responsabili

Luca Serafini
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Nel processo per la morte dei due impiegati dell’Archivio di Stato di Arezzo asfissiati dall’argon potrebbero entrare come responsabili civili due Ministeri. Il Mibact, quello per il quale Piero Bruni e Filippo Bagni lavoravano, e il Ministero degli Interni, al quale fanno capo i Vigili del Fuoco e cioè il Corpo che con un suo dirigente asseverò la conformità dell’impianto antincendio.

Che invece era difettoso, malfunzionante e pericoloso: una bomba a orologeria che la mattina del 20 settembre 2018 uccise Bruni e Bagni con la fuoriuscita anomala del micidiale gas. E’ stata la famiglia Bagni, con l’avvocato Riccardo Gilardoni a chiedere che i due Ministeri vengano citati nel processo penale con un ruolo preciso in caso di condanne e di risarcimenti. Sarà il giudice Claudio Lara a decidere nella prima delle quattro udienze fissate ieri, fino alla data del 6 aprile quando si saprà chi dei tredici imputati andrà a processo per omicidio colposo, chi verrà prosciolto e chi, se lo riterrà, sceglierà un rito alternativo. Il 23 febbraio il gup scioglierà la riserva sull’istanza della parte civile e dirà se i due Ministeri vanno tirati dentro o no.

Analoga citazione riguarda le tre società che hanno lavorato alla sicurezza dell’Archivio: Igeam, Idealclima e Remas. Nella prossima udienza parlerà il pm Laura Taddei che avvalendosi di una super perizia ha ricostruito genesi e dinamica della tragedia individuando i vari profili di colpa. Deficit strutturali nell’impianto, nella manutenzione, nella formazione alla sicurezza degli addetti. Nel deposito bombole mancava una spia in caso di fuoriuscita gas, non c’era sfiato esterno, una valvola era montata alla rovescia. E le griglie consentivano all’argon di uscire dal vano verso le scale, proprio dove i due impiegati scesero a controllare e caddero a terra asfissiati.

Erano corsi giù per il solito allarme che scattava a vuoto. Si è capito dopo il perché: la centralina andava in tilt per la sostituzione errata di un pezzo nel famigerato “pulsante rosso”. Insomma, una serie di circostanze che il processo dovrà definire o “fatalità” o catena di omissioni, negligenze, imprudenze e imperizie. Tutta la filiera delle responsabilità è coinvolta, ruolo per ruolo. Dai direttori dell’Archivio quali datori di lavoro ai responsabili della sicurezza, alle ditte incaricate di controllare e aggiornare l’impianto, a chi doveva predisporre corsi di formazione, a chi mise le mani su tubi e dispositivi, a chi asseverò come professionista e dirigente dei vigili del fuoco, quell’impianto. Per tutti vale la presunzione di innocenza. Alcuni imputati erano presenti. Non c’erano i familiari delle vittime. La famiglia Bruni è rappresentata dagli avvocati Piero Melani Graverini e Luca Fanfani.

Gli imputati sono Claudio Saviotti, direttore dell’Archivio, difeso da Roberto De Fraja e Simone De Fraja; Antonella D’Agostino, direttore fino al 2016 (avvocati Roberto De Fraja e Vincenza Saltarelli); Monica Scirpa, Alessio Vannaroni, Andrea Pierdominici, Piero Santantonio della Igeam che si occupava della sicurezza (avvocato Alessandra Melandi); Marino Frasca (avvocato Lattanzi) e Renato Concordia (avvocato Michelotti) della Idealclima cui si riconduce l’impianto e la relativa conformità; Maurizio Morelli e Simone Morelli della Remas che aveva la manutenzione dell’impianto (avvocati Francesca Arcangioli e Barbara Sodi); Gianfranco Conti, artigiano che eseguì opere per conto di Remas (avvocato Mario Cherubini); Andrea Gori, geometra (avvocato Tiberio Baroni) e il dirigente dei Vigili del Fuoco, Antonio Zumbo (avvocato Marco Santoni) che asseverarono l’impianto. Il 9 e il 16 marzo spazio alle difese. Il 6 aprile decisione del gup. Il percorso sarà lungo. La morte dei due impiegati fu istantanea.