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Arezzo, caso Martina Rossi: le assoluzioni annullate, le lacrime dei genitori, cosa succede ai due giovani dopo la Cassazione

Luca Serafini
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Non è finita. La Cassazione ha annullato le sentenze di assoluzione per Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni. E il giallo della morte di Martina prosegue. Il sorriso enigmatico della ragazza di Genova aleggia ancora su un caso che interroga tutta Italia. L’artigiano e il motocrossista di Castiglion Fibocchi che il 3 agosto 2011 a Palma di Maiorca erano con Martina Rossi quando lei, in slip, cadde dal balcone della camera d’hotel, al sesto piano, dovranno sostenere un nuovo processo di Appello, a Firenze. Le accuse di tentata violenza sessuale di gruppo e morte in conseguenza di altro reato, non si sono dissolte per sempre, tra i marmi e le statue del Palazzaccio di Roma circondato da giornalisti e telecamere. I tempi del nuovo processo non si conoscono, la famiglia farà di tutto perché siano celeri. La pressione mediatica sul caso è un punto a favore. Si gioca sul filo della prescrizione, quindi non ci sarebbero conseguenze penali in caso di condanna: l'Appello può essere ancora impugnato. Ma in ballo c'è l'affermazione di una verità. E, forse, sempre che venisse stabilita la colpevolezza, conseguenze civilistiche come risarcimenti.

La decisione della Suprema Corte arriva come un colpo di scena poco prima delle 21 in fondo ad una giornata interminabile, tesa, sofferta. I volti segnati dalle rughe e dal dolore di babbo Bruno e mamma Franca, si sciolgono in un’espressione che non si può certo definire di soddisfazione, per chi ha perso a vent’anni l’unica figlia avuta dopo un’attesa di 26. Ma “è un passo verso la giustizia” dicono l’ex sindacalista dei portuali di Genova e la ex insegnante, la cui unica ragione di vita da quel maledetto giorno è dare verità e giustizia alla loro figlia. Che era andata in vacanza con le amiche, incrociò il gruppo di aretini e in quell’alba fitta di misteri e silenzi, rimase con Luca e Alessandro perché le sue compagne di vacanza erano ad amoreggiare con gli altri due giovanotti aretini.

Cercava compagnia, trovò la morte. E non si sa come andò di preciso. In primo grado ad Arezzo la sentenza raccontava che i due volevano violentarla, lei non ci stava e per scappare finì per precipitare nel vuoto. Sei anni di reclusione. Poi azzerati in Appello a Firenze perché “il fatto non sussiste” mentre i reati, per il trascorrere del tempo, cadono in prescrizione uno dopo l’altro (ad agosto anche il tentato stupro). Si dovrà tornare proprio lì, in Appello dopo la sentenza di ieri che ha colto molti di sorpresa, creato sconforto, alimentato speranze. I ragazzi, che in più occasioni si sono definiti ingiustamente perseguitati da un accanimento giudiziario, non c’erano. Erano a casa, ma con il pensiero a Roma. I loro avvocati hanno rintuzzato gli attacchi della Procura generale e della parte civile. Ma non sono riusciti a ottenere la conferma dell’assoluzione. Carlo Buricchi, con a fianco il figlio Stefano, ha difeso Vanneschi insieme al novantenne ma energico avvocato Brunetti di Savona. Tiberio Baroni ha difeso con piglio Albertoni.

Arringhe appassionate. Che hanno suscitato anche reazioni di irritazione nei genitori di Martina, quando la loro figlia ne usciva fuori descritta come una ragazza leggera, con problemi psichici, o mangiatrice di uomini. Non fu suicidio o mossa folle di chi non governa le sue azioni, hanno sempre pensato Bruno e Franca. Lei scappava da chi voleva approfittarsi del suo corpo. Ma il film del tentato stupro e della caduta per fuggire, Luca e Alessandro lo hanno sempre negato con decisione. Gli slip di lei, il graffio ad Albertoni. Dubbi non certezze. Per i due ventottenni aretini l’incubo ora prosegue. Rimane appiccicato. Sembrava fosse ormai tutto alle spalle, il 9 giugno scorso, quando le accuse si erano infrante nella Corte d’Appello. E invece Martina eccola di nuovo qua col suo viso sorridente che interroga tutti.

“Indizi travisati”, ha sostenuto il procuratore generale Domenico Seccia che ha puntato molto sulla fotografia che, a suo dire, dimostra come Martina cadde proprio nel tentativo di saltare dal balcone a quello laterale, a destra. Ma nell’oscurità, senza occhiali, mise il piede nel vuoto e precipitò. Lo dimostra la sbeccolatura sulla parete, al primo piano, proprio sulla parte esterna di destra. E non centrale, come invece postulano le motivazioni dei giudici di appello di Firenze. Sì, ha detto il pg, “indizi travisati”, oppure letti “in modo superficiale”, “frammentario” e “non collegando gli uni agli altri ai fini della valutazione globale”. Arriva a dire, il pg, che i giudici fiorentini prima hanno deciso di assolvere e poi hanno cercato le motivazioni. In Spagna venne tutto archiviato in fretta e furia.

A far riaprire il caso, in Italia, fu la tenacia di Bruno Rossi e della moglie Franca. Indagini poi trasferite ad Arezzo, con il procuratore Roberto Rossi. Il 14 dicembre 2018 le condanne. L’avvocato Stefano Savi, per la famiglia, con Luca Fanfani, anche lui ieri a Roma, sono stati sempre convinti che nella camera 609 era successo qualcosa di penalmente rilevante. E ora? Tutto è possibile in un caso che ha visto intervenire il ministro della giustizia Bonafede, 80 mila firme contro la prescrizione e Giovanni Toti, presidente della Liguria non esattamente di sinistra come il camallo Bruno Rossi, che dichiara: “Ci auguriamo che venga fatta giustizia presto per Martina e per i suoi genitori. A loro va il mio abbraccio”.

LA REAZIONE

“Un passo verso la giustizia. Abbiamo fatto un primo pezzo di strada, ora speriamo di fare anche l’altro. Speriamo di correre veloci”, hanno detto i genitori di Martina, con gli occhi lucidi, commossi dopo aver assistito alla lettura del dispositivo dei giudici della III Sezione penale “evitando ostacoli come la prescrizione affinchè si riescano ad affermare le responsabilità per la morte di nostra figlia”. E l’avvocato Stefano Savi: “A questo punto occorre uno sforzo finale per riuscire a fare quel che non è facile per ricelebrare almeno l’Appello prima della prescrizione. Se si prescrive la tentata violenza sessuale si prescrive tutto, il termine è agosto. Occorre una tempistica ai limiti del possibile ma ci proveremo fino in fondo, come in tutti questi anni”. “È una grande soddisfazione - ha concluso Savi - perché la procura ritorna su quel binario che era stato impostato ad Arezzo. La Cassazione ci ha dimostrato quello che abbiamo sempre creduto, cioè che la sentenza di Firenze fosse infondata e insostenibile”.