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Arezzo, badanti: giudice del lavoro revoca pagamento di mezzo milione di contributi da cooperativa all'Inps. "Non sono dovuti"

Luca Serafini
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L’Inps resta a bocca asciutta. L’Istituto di previdenza non avrà il mezzo milione di euro di contributi relativi all’attività di un gruppo di badanti attive nell’Aretino, che rivendicava per vie legali. Il giudice del lavoro Giorgio Rispoli, ha infatti accolto il ricorso depositato dalla cooperativa sociale Fenice srl di Arezzo, che si opponeva al decreto ingiuntivo del Tribunale di Arezzo notificato nel 2019 per il pagamento della somma di 521.411,52 euro, oltre sanzioni, interessi ed accessori. La sentenza è di questi giorni ed ha stabilito l’insussistenza dell’obbligo contributivo rispetto ai presunti rapporti di lavoro. La rivendicazione da parte dell’Inps era scattata in seguito ad una attività ispettiva.

La causa definita ad Arezzo assume un certo rilievo sia per il contesto sociale - l’assistenza agli anziani da parte delle badanti - che per l’entità della somma in ballo. Nel corso del procedimento, sono stati ascoltati undici testimoni e le parti hanno discusso nel merito portando i propri argomenti. Alla fine il giudice del lavoro ha maturato la convinzione che fra la S.r.l. Fenice e le persone che svolgevano funzioni di assistenza “non è intercorso alcun rapporto di lavoro subordinato, con conseguente illegittimità della riqualificazione del rapporto posta in essere dall’Inps”.

La società che pure aveva indirizzato le badanti verso le famiglie, non ha mai rivestito secondo il giudice la veste di datore di lavoro. “Ciò in virtù dell’assenza del requisito della eterodirezione”. La sentenza spiega: “Nel rapporto di lavoro subordinato il dipendente ha il dovere effettivo di lavorare e non può rifiutarsi se non per specifiche e tassative ragioni di impossibilità. Nella fattispecie, invece, ciascuno era libero di accettare o meno gli incarichi e, se anche vi è stato qualcuno che ha detto che per sua scelta e volontà non li ha mai rifiutati, tutti in sostanza hanno detto che potevano rifiutarli”. Il giudice Giorgio Rispoli in sentenza scrive ancora:

“Peraltro poiché ulteriore essenziale caratteristica del rapporto di lavoro subordinato e quindi della figura del datore di lavoro è di impartire disposizioni e ordini ai dipendenti, è unanimemente risultato che chi dava le concrete disposizioni a coloro che svolgevano attività di assistenza, non era certo la S.r.l. Fenice, ma i familiari della persona assistita o, in frequenti casi, la stessa persona assistita”. A sostegno di ciò vi sono i contenuti delle testimonianze raccolte in udienza. “L’effettivo esercizio della funzione direttiva veniva quindi svolto non dalla S.r.l. Fenice, ma dalla famiglia che richiedeva la prestazione”, continua il giudice “Ne deriva dunque la totale insussistenza degli elementi propri della subordinazione, poiché non sussisteva alcun obbligo preventivo di svolgere l’attività e poiché la stessa veniva svolta seguendo le disposizioni date dal nucleo familiare o anche dalla stessa persona assistita”.


Dalla valutazione dei fatti, poi, è emerso che non esisteva “tra la S.r.l. Fenice e chi svolgeva la prestazione di assistenza un rapporto continuativo, ma una serie di distinti incarichi (e relativi rapporti), insuscettibili di essere sussunti in un vincolo giuridicamente continuativo”. Il decreto ingiuntivo è stato quindi revocato e le somme richieste nell’atto del 2019 del Tribunale sono dichiarate “non dovute”.