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Arezzo, giovane uccise il babbo con il fucile: assolto per vizio di mente, dal giudice per misura di sicurezza più leggera

Luca Serafini
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Giacomo studia e si prepara al futuro. E domani torna davanti a un giudice. Giacomo Ciriello ha 22 anni e il 26 febbraio 2017 ha ucciso il babbo con una fucilata. Lo aspettava in cima alle scale, al buio, nel casolare di Lucignano.Il giovane ora vive nella struttura di Abbadia San Salvatore chiamata Rems, acronimo che sta per “residenza per l’esecuzione di misure di sicurezza”. Sì, perché dal processo per omicidio  Giacomo è uscito assolto: “totalmente incapace di intendere e volere al momento del fatto”. Non un assassino da punire ma un malato da curare e sorvegliare, stabilì nel marzo 2018 il giudice di Arezzo Giampiero Borraccia.

 

 

 

Sta meglio, Giacomo, dicono le relazioni eseguite su di lui dagli esperti e che domani saranno sul tavolo del giudice di sorveglianza di Siena. Un’udienza importante dalla quale, valutata la condizione del ragazzo, uscirà una decisione per Giacomo. Mantenerlo dove si trova nella residenza che ha sostituito nell’ordinamento italiano i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, oppure alleggerire la misura di sicurezza disponendo il trasferimento in un ambiente con meno restrizioni e maggiori possibilità di uscita all’esterno.

 

 

 

Una struttura di primo livello. Se non, addirittura, il ritorno a casa. A fianco di Ciriello ci sono l’avvocato Stefano Del Corto e l’avvocato Tommaso Ceccarini che hanno seguito passo passo le tappe della delicata vicenda. C’è attesa per il pronunciamento del giudice di sorveglianza ma quello che conforta in questo momento sono i progressi di Giacomo nel suo percorso di risalita dal turbine mentale nel quale era precipitato. Un groviglio di negatività dopo una adolescenza difficile dal quale scaturì il folle gesto: la canna del fucile puntata contro babbo Raffaele, 51 anni, artigiano del ferro, che rincasava dal bar. Morì sul colpo nel balcone dell’abitazione lungo via dei Procacci tra Monte San Savino e Lucignano. “Andava fatto”, disse al telefono Giacomo ai carabinieri che chiamò per informarli dell’accaduto.

 

 

 

A cena avevano litigato. La procura con il pm Laura Taddei aveva ipotizzato l’omicidio premeditato, perché il giovane non agì d’impeto, ma dopo aver preparato e provato l’efficacia della vecchia doppietta calibro 12 trovata in casa. La perizia psichiatrica ha definito una situazione diversa: il giovane non era padrone dei suoi pensieri e delle sue azioni quando sparò al genitore. Un ragazzo problematico, introverso, che si trasformò in carnefice del babbo guidato da un “disturbo schizotipico della personalità”. La perizia mise a nudo un’infanzia difficile per la separazione dei genitori e individuò la patologia sfociata nello “scompenso psicotico delirante”.

Meccanismi della mente difficili da comprendere ma sulla base dei quali il giudice ritenne che il ragazzo non doveva rispondere penalmente dell’uccisione del babbo. La decisione suscitò un dibattito anche aspro sui social tra favorevoli e contrari. Il periodo di misura di sicurezza di dieci anni può subire variazioni in base ai miglioramenti di Giacomo rispetto a cure ed esperienze. Legge, studia, ha un buon rapporto con la mamma. Riesce a relazionarsi con gli altri in modo nuovo e positivo. Stabilità psicologica e dei comportamenti, pericolosità sociale, sono gli aspetti oggetto della valutazione.

La Rems è una struttura attrezzata per questa “detenzione” con finalità terapeutiche e riabilitative e adeguati livelli di protezione e vigilanza. Prima di trovare posto ad Abbadia San Salvatore ci fu da aspettare un pezzo e Giacomo rimase nella comunità di Prato dove era stato messo ai domiciliari dopo l'arresto. Al giudice ora la decisione, delicata e da ponderare, se gli può essere concessa più libertà e margine di movimento.