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Arezzo, anziano e malato gli revocano invalidità e Inps rivuole da lui 63 mila euro: il giudice con una sentenza dice no

Luca Serafini
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Anziano e malato, vince la sfida contro l’Inps: l’uomo, 84 anni, non deve restituire i 63 mila euro ricevuti nel corso degli anni per l’accompagnamento. Anche se quel beneficio gli è stato revocato. Lo ha deciso il giudice del lavoro di Arezzo Giorgio Rispoli con una sentenza fresca d’inchiostro che dà torto all’Istituto di previdenza e accoglie il ricorso dell’84enne. Nonostante un pronunciamento della Cassazione, che gli ha tolto il beneficio. Ma questo non significa affatto, stabilisce il giudice, che il cittadino debba restituire quanto ricevuto in totale buona fede.

 

 

 

La storia inizia nell’aprile 2008 quando l’uomo, classe 1937, viene riconosciuto dalla Commissione medica “invalido civile con necessità di assistenza”. Gli spetta così l’indennità di accompagnamento “non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita”. Il problema che lo affligge: “esiti di politrauma, tetraplegia incompleta”. Ma un anno dopo nella visita di revisione all’uomo viene revocata l’indennità di accompagnamento per la presunta perdita dei relativi requisiti sanitari. L’uomo si appella al tribunale di Arezzo che, alla luce di una consulenza tecnica del giudice, quindi un accertamento medico con tutti i crisi, conferma invece come abbia pieno diritto a percepire l’accompagnamento.

 

 

 

E’ il gennaio 2011 e l’anno successivo anche in appello a Firenze il verdetto favorevole viene ribadito. Caso chiuso? No. Si arriva al 2019 - mentre l’uomo riceve regolarmente da dieci anni il beneficio - quando la Cassazione riforma la sentenza. Non viene messa in discussione la consulenza che certifica i suoi deficit, la sua invalidità, bensì è una questione formale, di date e di impugnazioni (decorrenza dei termini), che fa rovesciare la situazione. Il risultato è che all’uomo viene tolta l’indennità. E tutti i soldi percepiti prima? Inizia l’azione dell’Inps che batte cassa verso il pensionato per riaverli. L’Istituto, forte della decisione della Suprema Corte, richiede indietro 63.098,28 euro: riferiti al periodo dall’1 aprile 2009 al 30 settembre 2019. 
L’anziano non ci sta. Tenta di opporsi con il patronato ma non va. Quindi si rivolge al giudice del lavoro con gli avvocati. E la sua pervicacia ha effetto. Il giudice Rispoli, valutato attentamente il caso, definisce “del tutto illegittima la richiesta di restituzione della somma avanzata dall’Inps di Arezzo nei confronti del ricorrente”.

Il principio che vale in giurisprudenza è che “nel caso in cui siano state riscosse rate di pensione risultate non dovute non si fa luogo al recupero delle somme corrisposte, salvo che l’indebita percezione sia dovuta al dolo dell’interessato”. Non è questo il caso: l’84enne non ha certo messo in atto alcuna azione ingannevole, anzi. [TESTO]“Il giudizio di primo e secondo grado avevano accolto in pieno le tesi difensive circa la corretta esplicazione del ricorso, e anche l’esito della Ctu medico legale sulla sua persona aveva stabilito il diritto al beneficio dell’accompagnamento”, scrive il giudice. Quindi, il cittadino “ha legittimamente e in totale buona fede percepito l’indennità corrisposta”.

 Così, fatto salvo che istituti come Inps “hanno facoltà di accertare la sussistenza delle condizioni per il godimento dei benefici previsti, disponendo l’eventuale revoca con effetto dal primo giorno del mese successivo alla data del relativo provvedimento”, non è automatico che si possano mettere le mani in tasca a chi ha percepito la pensione. Lo stop “si applica solo alle somme erogate successivamente al provvedimento per carenza di requisito”. Così l’anziano non deve scucire nulla. Quanto al recupero del pieno status di invalido c’è un altro iter da completare.