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Arezzo, Walter malato rischia condanna: serra di cannabis per stare meglio. "Non so come finirà ma nella coscienza sono a posto"

Luca Serafini
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“Confido nella giustizia e nella coscienza. Sono già devastato da un corpo che non funziona più, al giudice racconterò la mia storia. Se vincerò questa battaglia? Non lo so. Ma nella mia coscienza l’ho già vinta”. Le mani e gli occhi di Walter dicono ancora di più delle sue parole piene di sofferenza e di fiducia: le dita sono incurvate dall’artrite reumatoide che lo blocca sulla carrozzina. Gli occhi guizzano verso il cielo azzurro. Walter De Benedetto è qui al tribunale di Arezzo alla stregua di un narcotrafficante, in realtà è un malato al quale la marijuana riesce a dare sollievo, scampoli di vita, intervalli senza dolore. A palazzo di giustizia arriva con una ambulanza della Croce Rossa che poi lo riporta a Ripa di Olmo dove abita e dove i carabinieri nell’ottobre 2019 trovarono una serra di cannabis sequestrando 19 chili di piante.

 

 

 

“Devo tanto a questa pianta” dice Walter, 49 anni, dopo che il giudice Fabio Lombardo ha fissato la discussione del processo per il 27 aprile. “Ho fatto tutto di mia libera imprenditoria”, spiega De Benedetto, accusato di coltivazione di sostanza stupefacente. “Non ho mai fatto uscire un grammo di lì”, sottolinea. La dose passata dalla Asl non gli bastava. “Ho dovuto trasgredire la legge per curare me stesso”, aggiunge entrando nel cuore della questione: la cannabis terapeutica ancora ingabbiata tra le maglie di una legge inadeguata e superata come declamano, intorno alla carrozzina di Walter, parlamentari ed esponenti delle associazioni favorevoli alla liberalizzazione, in primis Meglio Legale.

Lui, Walter, parla dei fiori della pianta amica e gli si illuminano gli occhi. Spiega che la malattia prima riusciva a tenerla a bada meglio, con il passare degli anni è peggiorata e il supporto di cannabis è mutato in qualità e quantità. Una questione di fabbisogno, di reperibilità: un’ancora di salvataggio. E’ una enciclopedia in materia, Walter. E come lui ci sono tanti nella sua condizione.

“E’ imbarazzante che vogliano portare avanti questa cosa, ma vado avanti con tenacia e attaccamento alla vita”, dice Walter tra consapevolezza e resistenza.

Gli avvocati Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti. Punteranno sulla “irrilevanza penale dell’uso personale”. Il rito abbreviato, in caso di condanna, abbatterà di un terzo la pena (in teoria 6 anni). Hanno depositato carte. E Walter sarà interrogato. Ma davvero lo Stato punirà un malato in queste condizioni? Una folla di telecamere e bloc notes fuori dal tribunale. Di lato c’è anche la mamma a ricordare i dolori dell’unico figlio e a sostenere la sua causa. C’è chi digiuna, partono lettere e appelli ai ministri Speranza e Cartabia. Presenti i deputati Riccardo Magi, Michele Sodano [TESTO]e l’attivista Matteo Mainardi dell’Associazione Luca Coscioni.

Nota di vicinanza dell’onorevole Nicola Fratoianni. Tam tam di solidarietà sui social. Tutti d’accordo: sistema sanitario e legge in materia vanno corretti. Walter lo ha scritto anche a Mattarella. E ieri, pur sofferente, ha voluto essere sul banco degli imputati. Piegato dal male ma a testa alta.