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Arezzo, paga le donne meno degli uomini per svolgere le stesse mansioni: azienda condannata da giudice del lavoro

Luca Serafini
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Le mansioni erano simili per tutti i dipendenti della stessa azienda: merci da movimentare, da sollevare, da smistare nel magazzino. Ma la retribuzione delle donne era inferiore a quella degli uomini. A porre fine alla disparità di trattamento è stata la sentenza del giudice del lavoro di Arezzo, Giorgio Rispoli, che ha allineato i salari di maschi e femmine.

 

 

 

Il giudice ha accolto il ricorso di un gruppo di addette che hanno lamentato la forma di discriminazione: una evidente differenza economica negli importi degli stipendi percepiti. Il tribunale ha condannato la società a versare le somme dovute, con interessi e rivalutazione. E ha pagare le spese di lite. Il pronunciamento è del 2020 ed emerge proprio nell’imminenza dell’8 marzo, Festa della Donna che dunque attende ancora di essere riempita di contenuti. La vicenda è ambientata a Sansepolcro dove le addette di una società operante nella logistica hanno voluto vederci chiaro sul proprio inquadramento lavorativo. Le buste paga delle operaie erano infatti più leggere di quelle degli operai.

Come mai? Perché alle donne era applicato il contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) del settore “Pulizia servizi integrati multiservizi”, mentre agli uomini era applicato il contratto più remunerativo del “Trasporto merci e logistica”. Due binari diversi benché il personale lavorasse nella stessa unità locale. Il giudice del lavoro ha sviscerato la questione con approfondimenti e testimonianze ritenute “credibili” ed è pervenuto alla conclusione che fosse illegittima la “differente applicazione all’interno della stessa azienda di differenti contratti per lavoratori che svolgono di fatto le stesse identiche mansioni”.

 

 

 

L’azienda ha resistito nella causa, cercando di motivare il perché le lavoratrici avessero quel contratto più leggero. La società sosteneva infatti che le donne avessero lavorato esclusivamente nel reparto “no food”, dove non si sarebbe svolta attività di carico, scarico, movimentazione prodotti (reparto “food”), bensì mansioni più semplici e meno impegnative anche sotto il profilo fisico: controllare la merce (tessile, giocattoli, casalinghi) per contarla e per riordinarla. E sempre secondo l’azienda, alle donne non era richiesto il corso da carrelliste per l’uso dei muletti elevatori con cui spostare i pallet.

In realtà, ha appurato il giudice, i due settori non erano così distaccati l’uno dall’altro nello stesso magazzino, divisi solo da una pila di merce, e facevano capo ad un unico ufficio. “L’applicazione ai lavoratori di una medesima unità produttiva, di due contratti differenti sarebbe possibile”, si legge nella sentenza “soltanto laddove l’imprenditore eserciti distinte attività aventi carattere autonomo: in tal caso si applicano ai rispettivi rapporti di lavoro le norme dei contratti collettivi corrispondenti alle singole attività”. Ma nel magazzino di Sansepolcro, prosegue il giudice, c’era “sostanziale identità delle mansioni svolte dalle ricorrenti appartenenti al reparto non food e il resto del personale”.

Dal quadro ricostruito nella causa, capitava che le donne sollevassero le merci con muletti meccanici o elettrici, anche se del tipo “a ranocchia”, compiendo quindi manovre assimilabili a quelle di tutto il gruppo di lavoro. Dove non si può operare una differenza di genere. E poi le dipendenti erano impiegate nello smistamento merci anche in ufficio per il disbrigo di bolle di carico e scarico ed altre incombenze amministrative. 

Insomma parte integrante di un’unica unità lavorativa. Attività in gran parte sovrapponibili. Allo stesso livello degli uomini, anche se questi - si immagina - avranno sostenuto maggiori sforzi fisici.[TESTO] Da correggere, quindi, il “parametro di determinazione della giusta retribuzione”, ha stabilito il giudice del lavoro Giorgio Rispoli sulla scorta di supporti giuridici e dati oggettivi. Società condannata a pagare le differenze retributive. Parità.