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Arezzo, cannabis terapeutica, il giudice che ha condannato l'amico di Walter: serra sproporzionata per le cure a un solo malato

Luca Serafini
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Nel controverso caso della cannabis terapeutica ora ci sono 14 pagine pesanti per Walter De Benedetto, 49 anni, costretto sulla sedia a rotelle dall’artrite reumatoide, che il 27 aprile va a processo per la serra di marijuana. Autoproduzione. Quelle 14 pagine le ha scritte il giudice di Arezzo Filippo Ruggiero, sono le motivazioni della sentenza con cui a dicembre ha condannato l’amico di Walter, Marco B., 44 anni, sorpreso il 3 ottobre 2019 con l’innaffiatoio in mano mentre dava acqua alle piante di canapa nel terreno a Ripa di Olmo. E’ stato ritenuto colpevole del reato di “coltivazione non autorizzata di sostanza stupefacente”: un anno, due mesi e venti giorni le pena.

 

 

 

I quantitativi di cannabis nella serra sono definiti dal giudice “sproporzionati ed esagerati rispetto all’esigenza di un consumo personale di De Benedetto”. Il giudice Ruggiero ha valutato come attenuante generica il fatto che Marco B., incensurato, si fosse recato come altre volte alla serra per dare una mano all’amico gravemente malato, al quale è pure prescritta dall’Asl la terapia contro il dolore. Ma è stato inflessibile sia nel negargli l’ipotesi lieve del reato, il “quinto comma” con cui avrebbe evitato la condanna, e precludendogli la sospensione del processo con la messa alla prova.

Gli avvocati Cristiano Cazzavacca e Osvaldo Fratini presenteranno appello ma intanto ci sono quelle 14 pagine che potrebbero anche avere un riflesso sulla vicenda di Walter, il cui vero nome è Nicola. I riflettori nazionali sono accesi sulla vicenda aretina. Lui, De Benedetto, in carrozzella si è già presentato davanti al giudice Fabio Lombardo per chiedere il rito abbreviato e per affermare dinanzi allo Stato e alla legge che “il dolore non aspetta”. Con il fisico gravemente compromesso, trae sollievo dalla marijuana, la pianta alla quale si aggrappa disperatamente. Ma che per la legge è bandita a meno che non si tratti, come sancisce la Cassazione, di “coltivazione in piccole dimensioni per uso domestico”.

E il giudice Ruggiero, sulla serra smantellata a Ripa di Olmo, sottolinea le “modalità industriose” della coltivazione, “caratterizzata da laboriosità e operosità costante”. Una struttura “artigianale” ma non “rudimentale”. La tecnica “attenta e ingegnosa”. Nelle motivazioni il giudice non mette in dubbio la malattia di Walter né la terapia analgesica ma sulle dimensioni della coltivazione incardina il verdetto: 15 piante, alcune alte due metri e mezzo, altre in vaso, 19.450 grammi per potenziali 17.148 dosi. E nell’essiccatoio di legno c’erano 163 infiorescenze per 800 grammi (potenziali 3.046 dosi). Oltre ad un trimmer (per la lavorazione), ventilatori e altri utensili. Una situazione che secondo il giudice “supera di gran lunga le esigenze di consumo personale di De Benedetto” e costituisce quel “pericolo presunto” che il reato della coltivazione (art. 73 dpr 9 ottobre 1990 n. 309) punisce.

La norma infatti colpisce la coltivazione in sé, non c’entra lo spaccio. Forse quella era una scorta “a lunga durata”? si pone la domanda il giudice. Una “riserva” per “dosi massicce” da assumere nel tempo? Ruggiero esclude che le potenziali 20 mila dosi fossero per “le esigenze di un ipotetico consumatore singolo”. Marco B,, l’amico di Walter, per il giudice va punito perché è accertata la sua “partecipazione piena, cosciente e decisiva” alla coltivazione. Che è reato anche se per farne una medicina. “Non è la mera destinazione del prodotto ad uso terapeutico che da sola può valere a privare il fatto di offensività in concreto”, scrive il giudice. E la coltivazione di cannabis è un “reato di pericolo presunto”: contiene un “potenziale offensivo”. Fino a nuova legge, quella che Walter e molti altri invocano.

Significativo nelle motivazioni il passaggio in cui il giudice esclude l'applicazione dell'attenuante speciale di cui all'articolo 62 n.1 del codice penale che scatta in caso di "motivi di particolare valore morale e sociale". Il giudice scrive: "i motivi di tale disposizione possono essere soltanto quelli avvertiti come tali dalla prevalente coscienza collettiva, che allo stato attuale non pare molto sensibile ai temi delle cure palliative, vieppiù ove poste in essere mediante la somministrazione di stupefacenti".