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Arezzo, ladro ucciso: ecco perché Fredy non va punito, l'ordinanza del gip, la reazione di Salvini, il silenzio della sorella della vittima

Luca Serafini
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La notizia che aspettava da due anni e quattro mesi gli è arrivata a mezzogiorno mentre lavorava in officina. Proprio lì dove sparò al ladro e lo uccise. “Pacini non è punibile: il caso è archiviato”. Otto pagine con in calce la firma del giudice delle indagini preliminari Fabio Lombardo.

“E’ la fine di un incubo anche se non potrò mai cancellare quello che è successo”, sospira Fredy con gli occhi lucidi. Non ci sarà un processo: il gommista di Monte San Savino non rischia più la condanna. Certo, quei cinque colpi di pistola, uno mortale per Vitalie Mircea Tonjoc, moldavo di 29 anni, furono un atto “eccessivo” - scrive il giudice - e Fredy “agì in modo avventato e precipitoso” ma Lombardo sottolinea: ciò avvenne “in condizioni di grave turbamento”. Quelle condizioni che, per la nuova legge, escludono la punibilità.

Così, alla fine, a scagionare Pacini non è la vecchia norma del codice penale (“legittima difesa putativa”) ma è la riforma della legittima difesa voluta da Matteo Salvini, l’ex ministro leghista del governo gialloverde che fin dal 28 novembre 2018 si schierò con Fredy e che ieri ha subito espresso soddisfazione per l’ordinanza del giudice. Dice infatti l’articolo 5, comma 2 della legge 36/2019, a proposito dell’eccesso colposo di legittima difesa: “La punibilità viene esclusa se chi ha commesso il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumità ha agito in stato di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto”.

Una condizione che alle 3 di quella notte Fredy Pacini - solo, senza vie di fuga, alle prese con malviventi forse armati - provò. Venne svegliato dai ladri che con il piccone buttarono giù la porta a vetri della ditta dove lui dormiva, sentinella di se stesso, esasperato dai furti. Fredy ora ha gli occhi lucidi. “La testa mi ronza, sono frastornato”, dice il gommista mentre cominciano a cercarlo tutti. “Il giudice ha capito che non c’era altra strada per me. Quelli non tornavano indietro, non si fermavano”. Paura, panico, reazioni meccaniche. “In quei momenti ti passa tutta la vita davanti agli occhi non sai cosa ti possono fare e come poterti salvare. Non avevo dove mettermi in salvo”. Fredy Pacini aspettava con ansia, in bilico sul crinale di una storia che non augura a nessuno.

“Ringrazio in primis l’avvocato Alessandra Cheli che ha seguito il caso in modo competente e appassionato. E’ stata eccezionale. Ringrazio la procura della repubblica, il giudice, i giornalisti per il rispetto che hanno avuto, i cittadini che mi sono stati vicini. E ringrazio la mia famiglia”. Può iniziare una fase più serena, tranquilla. “Anche se mi porterò dentro per tutta la vita questo fatto così grave, pesante, che non si cancella. Il pensiero che una persona è morta mi accompagna da quella notte. Non sono una pietra. Ho un cuore, una visione della vita che non mi permette di mettere in archivio quello che è successo”.

Fredy si guarda intorno nell’officina. La finestra della camera realizzata sul soppalco dalla quale si affacciò con la pistola (regolarmente detenuta) in pugno, la grande porta a vetri presa a picconate dai ladri dove il 29enne moldavo (con precedenti) fu raggiunto ad una coscia e l’emorragia interna segnò la sua fine. Rimase a terra nel piazzale, morto in pochi istanti mentre i complici si dileguarono. Nessuna reazione da parte dei familiari della vittima. La sorella Aliona, che vive a Bologna, si è ritirata dal processo proprio prima della decisione del giudice. “Sua volontà era che la giustizia facesse il suo corso senza intervenire nel processo”, dice l’avvocato Crtistofori. La giustizia ieri ha emesso il suo verdetto: Fredy ha ucciso ma non può essere punito. 

 

 

 

LA DECISIONE DEL GIP LOMBARDO

Non c’era nulla di scontato. La decisione finale del giudice Fabio Lombardo era attesa e circondata da mille interrogativi. L’archiviazione arriva dopo indagini, approfondimenti e interrogatori svolti per oltre due anni allo scopo di interpretare quello che accadde la notte del 28 novembre 2018 nel capannone del gommista e venditore di cicli Fredy Pacini.

Determinanti gli elementi offerti dalla “attenta difesa” di Fredy, come scrive il gip, con l’avvocato Alessandra Cheli. Non è vero, stabilisce alla fine il giudice, che Pacini come una specie di pistolero esasperato non dette al ladro il tempo di rendersi conto di capire che nella ditta c’era il proprietario pronto a difendersi. Fulminato nell’ingresso dell’officina, scivolato sui vetri, disteso a terra. Lombardo ha rimesso in discussione la ricostruzione pur frutto del lavoro dell’esperto di balistica Paride Minervini.

Non è dimostrato, scrive il gip, “che il ladro fosse a terra”: poteva essere in piedi come sostiene Fredy. E non si può nemmeno escludersi al di là di ogni ragionevole dubbio “che il proiettile mortale che colpì il Tonjoc alla coscia sinistra dal basso verso l’alto sia in realtà quello che rimbalzò sulla pavimentazione dell’officina”. Il pm Andrea Claudiani (poi trasferito a Perugia per altri incarico) aveva qualificato i cinque colpi esplosi da Fredy come un fatto omicidiario volontario, quantomeno sotto l’aspetto del dolo eventuale.

La procura riteneva che Fredy avesse agito senza una minaccia diretta, un pericolo di aggressione e, stante la “mancata desistenza” del ladro, negava la scriminante della legittima difesa art. 52 che fa cadere l’imputazione. Insomma, nella prima impostazione (poi il procuratore Roberto Rossi ha allargato la prospettiva), non veniva valorizzato il fatto che Fredy, come afferma, avesse intimato qualcosa al ladro prima di sparare. Fredy ha iniziato la sua azione prima che il ladro potesse desistere? No.

Per il gip non si può escludere che l’azione criminosa “si fosse in qualche modo sviluppata”. Certo, Lombardo è dell’idea che, “non era attuale la situazione di pericolo, il ladro non era armato, non c’era aggressione immediata” e 16 metri separavano Fredy, sul soppalco, dal malvivente.

“Tuttavia è ragionevole ritenere che il Pacini si sia convinto di essere in pericolo dopo aver visto che i ladri in piena notte avevano infranto con un piccone il portone di ingresso della sua officina e anziché desistere dall’azione criminosa erano entrati all’interno del capannone precludendogli l’unica via di fuga”. Il gip censura in qualche modo la reazione del gommista: “Avrebbe potuto e dovuto adoperare l’arma a scopo dissuasivo esplodendo colpi in aria”, fu dunque avventato e precipitoso. “eccedendo colposamente i limiti della legittima difesa putativa”, senonché “sulla base degli elementi acquisiti questo giudice ritiene che debba trovare applicazione il secondo comma dell’articoloi 55 c.p che è stato intodotto dalla legge 36/2019 e che ha inciso in maniera profonda sulla disciplina dell’eccesso colposo”. Quell’articolo che esclude la punibilità quando la persona che uccide è in stato di grave “turbamento”. Come Pacini che era preso dal “panico” e, perché non credergli?, si era “palesato agli intrusi e questi erano consapevoli della sua presenza ma non si erano dati alla fuga”.

Insomma, per Lombardo sarebbe inutile andare a processo per dimostrare il contrario. Pacini prefigurò, in quei drammatici momenti, che si sarebbe trovato di lì a poco in serio pericolo di vita e che abbia temuto per la propria incolumità. Il numero di colpi eccessivo e l’aver staccato l’allarme per non svegliare i familiari a casa, sono da interpretare come reazioni di chi è nel panico.

 

 


 

LE REAZIONI DELLA POLITICA
“Una bella notizia ogni tanto”. Lo ha scritto Matteo Salvini su Facebook. “Grazie alla nuova legge sulla legittima difesa voluta dalla Lega (che esclude la punibilità per chi abbia salvaguardato la propria incolumità in uno ‘stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo’) è stato archiviato il caso di Fredy, che si difese nella sua azienda - bersagliata dai furti - sparando e purtroppo uccidendo un ladro”. Il leader della Lega aggiunge: “Finisce l’incubo giudiziario, sono davvero felice per Fredy e i suoi cari, spero di poter tornare presto a trovarli e abbracciarli: giustizia è fatta!”.

“La riforma della legittima difesa, voluta da Matteo Salvini e dalla Lega, funziona. Lo Stato è di nuovo dalla parte delle vittime e non dei criminali” gli fa eco il senatore Andrea Ostellari, presidente della Commissione Giustizia a Palazzo Madama e relatore della legge sulla legittima difesa. “Mi auguro che questa nuova legge diventi anche un deterrente efficace contro i malintenzionati”.

Soddisfazione espressa anche da Tiziana Nisini, sttosegretario della Lega al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, “Un’ottima notizia, fin da subito avevo espresso la mia solidarietà e la promessa che non sarebbe stato lasciato solo dalle istituzioni. Sono vicina a tutti i Fredy Pacini e alle loro famiglie. Sarò sempre dalla parte dei cittadini onesti che con grandi sacrifici portano avanti il proprio lavoro”. Tra le reazioni spicca quella di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia:

“Finalmente archiviato il caso. Ho incontrato Fredy lo scorso anno per mostrargli tutta la mia solidarietà per quanto stava vivendo dopo essersi semplicemente difeso. Oggi, dopo un lungo calvario giudiziario, finalmente viene riconosciuta la sua innocenza. La difesa è sempre legittima”. Sotto il profilo giudiziario, l’avvocato Alessandra Cheli, difensore di Fredy, ha dichiarato: “Il giudice ha riconosciuto che Fredy non si è fatto giustizia da solo, ma che si è difeso legittimamente. Il grave turbamento viene considerato una scriminante che rende non punibile l’eccesso colposo di legittima difesa, come prevede la riforma della legge; una scriminante che mi risulta applicata per la prima volta in Italia.

L’archiviazione è il riconoscimento che in quel frangente Pacini non avrebbe potuto agire altrimenti. Il giudice non ha invece applicato la vecchia legge sulla legittima difesa putativa, ribaltando completamente l’ipotesi che era emersa nella prima parte dell’inchiesta. La mia pertanto” conclude Cheli “è una soddisfazione personale e professionale di natura giuridica”.