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Arezzo, incendio Valentino Shoes Lab partito da polveri di lavorazione: fabbrica distrutta da rogo colposo per possibili negligenze

Luca Serafini
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La scintilla diventata fiamma e poi spaventoso rogo nel calzaturificio Valentino Shoes Lab, non è partita da un atto incendiario doloso. Il fuoco - ora è certo - si è sviluppo dalle polveri di lavorazione che erano depositate in una parte ben individuata dello stabilimento andato distrutto nella notte tra 1 e 2 aprile a Levane. Origine colposa, sostengono con sicurezza gli inquirenti del Corpo dei Vigili del Fuoco nella relazione depositata ieri sul tavolo del sostituto procuratore Marco Dioni.

 

 

 

Sì, il primo bagliore si è sviluppato dai residui del processo produttivo della fabbrica di scarpe. Polveri che contengono metalli. Pericolose. Come purtroppo la storia insegna a partire dall’incendio che nel 1994 distrusse il calzaturificio Soldini di Anghiari. Una cosa simile, la combustione degli scarti, sarebbe avvenuta nell’edificio di via Leo Valiani raso al suolo dal rogo. L’inchiesta condotta dal dottor Dioni aveva già escluso l’innesco volontario, a differenza di quanto pare essere accaduto alla vicina Lem, azienda galvanica andata a fuoco la settimana successiva. In quel caso una porta sfondata e altri elementi in mano agli inquirenti - Vigili del Fuoco e Carabinieri - sono in mano al pm Angela Masiello e l’obiettivo è dare un volto al piromane, anzi più di uno. L’incendio alla Valentino avrebbe funzionato da fonte di ispirazione per la scorreria nella galvanica.

 

 

 

Tornando a Valentino Shoes Lab, lo step successivo dell’inchiesta potrebbe configurare l’ipotesi di responsabilità per “negligenze, omissioni e imperizie” che possono aver favorito lo svilupparsi del rogo. Nella fabbrica la lavorazione si era interrotta alle 20. La visione dei video delle telecamere avrebbe consentito di individuare nelle ore successive le prime fiamme. Quando poi è scattato l’allarme, intorno alla mezzanotte, i pompieri non hanno potuto far altro che combattere contro alte lingue di fuoco che ormai avevano divorato la fabbrica e il suo contenuto. Ora, in relazione alle cause del gravissimo danno (milioni), la non corretta gestione dello smaltimento dei residui, attraverso un percorso fatto di aspirazioni e accorgimenti vari, potrebbe essere addebitata a qualcuno, chiamato a rispondere penalmente dell’accaduto.

In ogni caso su Valentino Shoes Lab cade definitivamente l’ultimo dubbio sul dolo. Quando poi prese fuoco la Lem si era propagata la paura di racket e malavita organizzata. In attesa di risposte su matrice e autori dell’incendio alla galvanica, il gruppo Lem ha assicurato l’impiego del centinaio di addetti rimasti senza fabbrica nelle altre unità produttive. Per Valentino è stato messo a punto dall’azienda, d’intesa con il sindacato, un piano che scatta il 3 maggio: parte degli addetti andranno in trasferta a Montelupo, parte nello stabilimento Prada messo a disposizione da Patrizio Bertelli, altri negli uffici vicino allo stabilimento distrutto, che è di proprietà di Semilla, intenzionata a riedificarlo ex novo quanto prima.