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Arezzo, Tiemme sanziona autista del bus ma il giudice del lavoro annulla la punizione: "Il codice aziendale va affisso non basta il sito internet"

Luca Serafini
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Non è sufficiente che l’azienda pubblichi sul proprio sito internet le regole che i dipendenti devono osservare: il codice cui attenersi va fisicamente affisso nel luogo di lavoro. Altrimenti sono nulli i provvedimenti a carico dei lavoratori inadempienti.
E’ in base a questo principio che il giudice Giorgio Rispoli ha cancellato, perché “illegittime”, le sanzioni disciplinari conservative che Tiemme spa aveva preso verso un suo autista ritenuto inottemperante rispetto a certe disposizioni. Nello specifico il lavoratore - un operatore aretino che da molti anni conduce i bus - secondo i rilevatori incaricati dall’azienda, non aveva il blocchetto di biglietti da usare a bordo per i clienti che ne fossero sprovvisti. Inoltre, l’autista non aveva riferito la propria matricola ai controllori. 

Erano così scattati i provvedimenti verso il dipendente, consistiti nella trattenuta di alcune ore di lavoro. Il ricorso presentato dall’autista è stato accolto dal giudice del lavoro con declaratoria del 14 aprile scorso. 
La vicenda avvenne in una fase particolare - tra fine 2018 e 2019 - quando il conducente di mezzi pubblici prese pubblicamente posizione riguardo agli accertamenti disposti dall’azienda della mobilità per individuare e sanzionare i trasgressori a bordo. In una circostanza piuttosto tesa, il dipendente stigmatizzò l’attività dei controllori verso un disabile censurando il loro comportamento come troppo fiscale. 

C’era dunque una posizione critica dell’operatore verso azienda e rilevatori, della quale tuttavia il giudice non si è minimamente occupato nello sviscerare la causa dato che a far decadere le misure disciplinari c’è un vizio di origine: la mancata affissione nel luogo di lavoro del codice aziendale con le infrazioni e le procedure di contestazione.

La Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza del 1988, ribadita nel 2004, ha sancito “l'inammissibilità di ogni altro sistema di comunicazione” che non sia l’affissione del codice contenente le prescrizioni. La modalità del “portale telematico” - unica forma di comunicazione utilizzata per pubblicizzare il codice disciplinare da Tiemme, per ammissione della società nella memoria depositata nel processo - “non appare al giudicante idonea a surrogare l’affissione ‘fisica’ nel luogo di lavoro” dato che “mentre il codice affisso è immediatamente visibile e percepibile dal lavoratore, la sua pubblicazione sul portale telematico subordina invece la visibilità dello stesso alla scelta del lavoratore di consultare la relativa pagina”.

E a nulla vale il fatto che, ha osservato Tiemme, l’autista fosse solito accedere al sito aziendale. Come pure, scrive ancora il giudice Rispoli, le inadempienze tecniche attribuite all’autista non si possono far rientrare nel cosiddetto “minimo etico” che comprende, ad esempio gravi condotte come la sottrazione di cose, che non necessitano di un codice specifico.

A sostenere l’autista nella causa è stata l’avvocatessa Raffaella Scoscini, mentre ad assistere Tiemme, con legale rappresentante il presidente Massimiliano Dindalini, erano gli avvocati Riccardo Del Punta e Ilaria Pagni. La sentenza potrà essere impugnata, intanto la decurtazione di ore dalla busta del lavoratore è stata cancellata.

Se poi fosse stata sviscerata nel merito la vicenda, la legale dell’autista avrebbe ribattuto che il dipendente “pur essendo in possesso del blocchetto con i titoli di viaggio” ha ritenuto opportuno “non soddisfare la richiesta perché svolgere detta operazione avrebbe compromesso la sicurezza e la regolarità del servizio”. Tanto più, osserva l’avvocatessa Scoscini, “la vendita dei titoli di viaggio da parte dell’autista, procura allo stesso un guadagno di un euro al netto delle ritenute per ciascun biglietto venduto e, pertanto, è nel suo interesse procedere in tal senso”. L’inadempienza, come il non dar loro la matricola, fu un atto di “ribellione” verso i controllori che, stabilisce ora la sentenza, non si può punire.