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Arezzo, il babbo della ragazza morta nell'incidente chiede giustizia e contesta la tesi del colpo di sonno patologico non punibile

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Helenia è morta a 29 anni perché un’auto ha invaso la sua corsia di marcia e le è finita contro. Ora il suo babbo, Silvano Rapini, non ci sta che il terribile incidente possa finire con un nulla di fatto. Sì, perché l’automobilista accusato di omicidio stradale ha presentato nel processo un parere medico legale nel quale si dice che non ci sarebbe colpa nella sua condotta di guida, che non è imputabile perché un colpo di sonno patologico (causato dalla sindrome Oas, scoperta solo dopo) avrebbe disegnato quella traiettoria lungo la via di Ristradella, il 6 novembre 2019. Babbo Silvano si è affidato all’avvocato Francesco Valli che ieri nell’udienza davanti gup Giulia Soldini ha depositato una memoria.

Il legale chiede una “pena di giustizia” per l’imputato e “la revoca della patente” a nome del genitore di Helenia. Anche se l’uomo non è parte civile nel procedimento verso M.C. perché il risarcimento c’è già stato, per quanto nulla potrà mai compensare la perdita dell’amata figlia. I dubbi di Rapini sono contenuti nelle sette pagine in cui l’avvocato Valli si allinea con le conclusioni della procura di Arezzo che imputa “negligenza, imprudenza, imperizia e inosservanza delle norme del codice della strada” all’automobilista.

Per prima cosa, la memoria mette in dubbio il fatto stesso che lo scontro frontale tra la Nissan Qashqai di M.C. e la Hyundai Atos di Helenia in quel primo pomeriggio di novembre avvenne per colpo di sonno e invita piuttosto a considerare l’andatura di 70 km orari tenuta dal veicolo “non commisurata alle condizioni della strada”: stretta, malridotta e pericolosa. Anche se, risulta, il conducente neppure frenò, un testimone lo vide prendere quella direzione anomala come non fosse cosciente e lo stesso M.C. dichiarò subito dopo l’incidente: “mi sono addormentato”.

Se fu un colpo di sonno fisiologico, frutto cioè di stanchezza o in seguito ad un pasto o per altro, non è affatto scusabile, per giurisprudenza consolidata. Il fatto invece che fu un malore all’origine della perdita di controllo dell’auto, va dimostrato con prove certe, sostiene il legale del babbo di Helenia sollevando mirate contestazioni. Fino a definire questa eventualità “non credibile”. Possibile, si chiede l’avvocato Valli, che l’automobilista di 46 anni, con patente di guida da 26, non si fosse mai accorto di una tale infermità? Possibile che la “Sindrome delle apnee ostruttive del sonno”, la Oas, non avesse dato mai segni premonitori in precedenza? Se sì, sarebbe accusabile di dolo eventuale. Se davvero non ci sono stati segnali precedenti occorre però provarlo in modo oggettivo, afferma l’avvocato Valli.

Per fare questo era allora idoneo un processo con rito ordinario, quindi con testimoni, non certo in un rito abbreviato - allo stato degli atti - condizionato al parere medico legale con cui si chiede la non punibilità dell’imputato sulla base dell’esito di accertamenti diagnostici successivi all’incidente. Sui quali l’11 maggio relazionerà il dottor Giuseppe Pasquale Macrì, consulente per la difesa dell’automobilista. Secondo la linea difensiva (avvocati David Scarabicchi e Giulia Brogi) il colpo di sonno fu un evento “improvviso, imprevisto, imprevedibile e incoercibile” tale da rendere in quel momento M.C. incapace di intendere e di volere.

Non verosimile, ribatte il legale del genitore della vittima. Quanto alle concause dell’incidente, l’avvocato del babbo di Helenia sottolinea che nel tragico esito dello schianto a nulla vale che ci fosse un cane a bordo della Hyundai Atos; le attività sui social col telefonino risalgono a minuti precedenti alla collisione: lei era attenta alla guida, frenò bruscamente ma fu inutile; e la violenza dello scontro fu tale che anche avesse indossato la cintura non avrebbe avuto scampo. Dopo l’udienza dell’11 maggio, discussione e sentenza il 17 settembre.