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Arezzo, morte di Martina Rossi: riprende processo per falso agli altri due ragazzi, rischiano 4 anni. Sul tentato stupro Cassazione lampo

Martina, il babbo e la camera dell'hotel

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Riparte e si complica il processo per gli altri due giovani aretini coinvolti nella tragica vicenda di Martina Rossi. Si tratta di Enrico D’Antonio e Federico Basetti, accusati a Genova per aver reso dichiarazioni false al pubblico ministero che indagava per fare luce sulla fine della ventenne caduta dal balcone dell’hotel dopo la spicciativa chiusura del caso in Spagna. Silenzi e bugie dei due giovani, secondo il capo di imputazione, avrebbero tentato di “coprire” gli amici Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi che mercoledì a Firenze sono stati condannati a tre anni (tentato stupro) nell’appello bis.

Una sentenza che ora rende tutto in salita il procedimento di Genova. Per le presunte dichiarazioni mendaci rese come persone informate sui fatti, D’Antonio e Basetti rischiano fino a 4 anni di reclusione qualora venissero riconosciuti colpevoli. Il loro atteggiamento, ritiene la procura di Genova, fu di ostacolo nell’inchiesta sulla tragedia di Palma di Maiorca. 

Nella vacanza alle Baleari i quattro aretini di Castiglion Fibocchi avevano conosciuto le tre ragazze di Genova, condividevano lo stesso albergo. Rientrati dalla discoteca alle prime ore del 3 agosto 2011, Enrico e Federico si intrattennero con le amiche di Martina nella camera delle ragazze. Martina, per non disturbare, salì di sopra nella camera dei ragazzi, la 609 dell’hotel Santa Ana, insieme ad Alessandro e Luca. Lì, secondo la nuova sentenza di condanna, ci fu il tentativo di approccio sessuale (“tentata violenza di gruppo”) e Martina precipitò dal balcone perché non aveva vie di fuga, cercava di scavalcare il terrazzino ma precipitò dal sesto piano tradita da concitazione e miopia. 

Poi nell’hotel ci furono momenti di confusione tra i ragazzi della comitiva e secondo l’inchiesta, fin da subito iniziò una sorta di depistaggio che ha alimentato nel tempo la tesi del suicidio e dell’incidente, riproposte nei vari gradi di giudizio. Le contestazioni a carico di D’Antonio e Basetti riguardano la versione degli accadimenti di quel giorno, che viene documentata con intercettazioni fra loro e gli altri due. Così le risposte che il 17 dicembre 2013, tra i silenzi, resero al pm Biagio Mazzeo su quello che videro dopo il fatto, sui movimenti e sulle dichiarazioni degli amici, sarebbero state fuorvianti, non certo di aiuto alla ricerca della verità. Due giorni dopo, il 19 dicembre, furono iscritti nel registro degli indagati per favoreggiamento e false dichiarazioni al pm. Il primo reato è stato assorbito dal secondo.

Il processo di Genova era stato interrotto per consentire lo svolgimento di quello principale. Poi il mese scorso è stato bloccato per le eccezioni presentate dalla difesa di D’Antonio, con l’avvocato Alessandro Serafini (Basetti è invece difeso da Massimo Scaioli) ma adesso tutto è ricominciato con la notifica del 415 bis (il 22 aprile scorso). A maggio scadono i termini per eventuali memorie. Quindi la procura eserciterà l’atto di citazione a giudizio. Il processo sarà celebrato non prima di agosto, a dieci anni esatti dalla morte di Martina. 
Quanto al processo principale, la clessidra della prescrizione potrebbe lasciare tempo alla Cassazione di esprimersi sulla nuova condanna inflitta ad Albertoni e Vanneschi.

La motivazione della sentenza di condanna potrebbe essere infatti depositata in 15 giorni, poi i difensori dei giovani ne avranno 30 per il ricorso (entro il 12 giugno). Questo dovrà passare al vaglio della ammissibilità della Suprema Corte. Qualora lo passasse, l’udienza potrebbe essere celebrata prima del giorno in cui il reato di tentato stupro si estingue, in ottobre. E potrebbe calare la parola fine (salvo nuovo rinvio in appello) sull’infinito processo penale. Qualora invece si arrivasse fuori tempo, rimarrebbe valida la condanna dell’appello bis per le non lievi conseguenze in termini di risarcimento danni da parte di Albertoni e Vanneschi ai genitori della ragazza morta, Bruno e Franca, assistiti dagli avvocati Stefano Savi e Luca Fanfani. Questione da definirsi in sede civile.