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Giorgio Pietrostefani in libertà vigilata. Quell'intervista al Corriere di Arezzo nel 1999 poi sparì da Cortona per Parigi. L'amico: "E' malato"

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“Sono dispiaciuto per Giorgio Pietrostefani. Ha 77 anni e non sta bene. Gli è stato trapiantato il fegato. Deve andare spesso in ospedale per cure e controlli. E non è affatto un ex terrorista, come si sente invece dire in tv e come scrivono alcuni giornali”. 
Il dottor Alberto Tanzi, aretino, è stato il medico di Pietrostefani quando viveva a Cortona, nella villa di babbo Stanislao che è stato prefetto di Arezzo. Giorgio Pietrostefani in quel periodo era tornato in Italia per farsi arrestare e dopo due anni e otto mesi di carcere, attese lì a San Pietro a Cegliolo, vicino a Mezzavia, il processo di revisione sul delitto Calabresi, che però non fu concesso. 
Così, gennaio 2000, decise di tornare a Parigi, dove aveva la figlia piccola. Che ora è grande e lo ha reso nonno. 

Pietrostefani è tra i dieci italiani arrestati in Francia (ora ai domiciliari) dopo l’ok di Macron alla richiesta dell’Italia per l’estradizione. Condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario Calabresi come mandante (ma senza l’aggravante del terrorismo) Giorgio Pietrostefani era leader di Lotta Continua insieme ad Adriano Sofri. Tra gli ex militanti aretini di Lc, negli anni Settanta un centinaio, c’è poca voglia di commentare. Ma il dottor Tanzi, amico e medico, non si sottrae. Parla di “contatti sporadici però autentici” rimasti nel tempo. Messaggi scambiati con la famiglia. Un filo resistente al tempo anche se i percorsi di vita sono distanti e diversi. Vicinanza e rincrescimento. E una certa disapprovazione per la campagna denigratoria che, dice, è stata riservata a Giorgio.

Già quando l’allora Ministro Salvini, dopo l’arresto di Cesare Battisti, rilanciò la questione dei rifugiati in Francia, Tanzi disse al Corriere: “Voglio ricordare che nel 1997 Giorgio venne in Italia da Parigi per consegnarsi, fece due anni e otto mesi di carcere in attesa del nuovo processo. Scarcerato, dopo un periodo nella sua casa di Cortona, tornò a Parigi e lì è rimasto dopo l'ultima sentenza sfavorevole”. Non nascosto ma alla luce del sole. Incontrabile al suo indirizzo. Protetto, certo, dalla Dottrina Mitterrand. Adriano Sofri (co-fondatore di Lc con Pietrostefani) in carcere invece ci andò. Ma ha ribadito anche nelle ultime ore: “Dopo il respingimento della revisione, nel 2000, Pietrostefani restò a Parigi. Lo fece a malincuore, per una sola ragione: a differenza di Ovidio Bompressi e me, che avevamo figli grandi, aveva una figlia bambina e scelse di starle vicino. Gli costò. Io ne fui contento”. 

Mario Calabresi, figlio del Commissario Luigi, ucciso nel 1972, ha dichiarato: “Non riesco a provare alcuna soddisfazione. L’idea che un uomo anziano e molto malato vada in galera non è di alcun risarcimento per noi”. Tempo fa, e lo ha scritto in un libro, è andato a incontrarlo a Parigi. Si sono guardati negli occhi, il contenuto del dialogo è cosa privata. “Un uomo stanco e malato. Molto diverso dalla persona spavalda vista durante i processi”. E Calabresi ha dichiarato: “Oggi non provo livore o rancore nei suoi confronti”. Non accanimento, però giustizia e verità sì. Con fermezza, ha sottolineato al Corriere della Sera: “Queste persone ci devono pezzi di verità sulla nostra storia. Se raccontassero sarei il primo a chiedere un gesto di clemenza”.

Era un giorno di sole, il 26 agosto 1999, quando Giorgio Pietrostefani accolse noi del Corriere di Arezzo nella bella casa cortonese in pietra. Camicia a quadri, pantaloncini, sembrava un turista, un villeggiante, quell’uomo che invece per la giustizia italiana fu, insieme a Sofri, il mandante morale dell’omicidio Calabresi, eseguito il 17 maggio 1972 da Ovidio Bompressi, che sparò, con Pasquale Marino conducente dell’auto. Il pentito che a distanza di anni (1988) fece aprire il processo, tra i più tormentati della storia italiana.
Si dichiarò innocente Pietrostefani, anche quel giorno in cui, reduce dalla galera, sperava di non tornarci e rispose alle nostre domande.

Ha pure ammesso le sue colpe ideologiche, gli eccessi di quegli anni: [TESTO]“Volevamo fare la rivoluzione, distruggere quello che c'era, senza moderazione e buonsenso. Era un'altra epoca, si voleva tutto e subito. Poi si cambia”. Ma il delitto no, ha sempre negato con forza di averlo organizzato per punire il questore ritenuto responsabile della fine dell’anarchico Pinelli, volato giù dalla finestra della questura di Milano. E diventato oggetto di una campagna feroce da parte di Lotta Continua.
Era cautamente fiducioso, quel giorno d’agosto, Pietrostefani: “Vivo giorno per giorno. In una vicenda del genere l’unico modo per rovinarsi la vita è pensare al futuro”. Sul carcere disse: “Mi sono salvato dormendo, là ci sono rumori e grida, dei detenuti e delle guardie, ho smesso di fumare”. L’obiettivo della sua vita in quel momento era: “Avere ragione di un torto subito, questo Stato mi deve dire scusa”.

Lo Stato che invece lo ha fatto arrestare per una estradizione per la quale ci vorrà del tempo, anni. Mentre ieri è stata concessa a Pietrostefani e altri la libertà vigilata a casa. E sulla mancata revisione del processo disse: “E’ il motivo per cui mi sono costituito volando a mie spese da Parigi dove risiedevo. Avrei potuto non farlo”. Ricordò che durante la detenzione era uscito quattro volte, con permessi, e se lo avesse voluto sarebbe scappato. Lo fece davvero il 24 gennaio del 2000 avvalendosi dello scudo chiamato Dottrina Mitterand, che allargava ad hoc le maglie del garantismo transalpino. Mitterrand che, coincidenza, con Cortona aveva un rapporto speciale, specialissimo.

La villa cortonese che Pietrostefani ha lasciato 21 anni fa era stata scelta come residenza dal babbo di Giorgio, Stanislao Pietrostefani, che dal 1969 al 1973 è stato prefetto di Arezzo. Un personaggio di spicco del dopoguerra che ha scalato le vette della carriera burocratica e quelle delle montagne: alpinista ed escursionista, autore di imprese in alta quota sul Terminillo, sul Gran Sasso e sulle Alpi. Ha fondato la sezione del Cai di Arezzo.

Nato a l’Aquila, a scuola con Bruno Vespa, Giorgio Pietrostefani ha seguito gli spostamenti del babbo per lavoro. A Pisa l’università (è diventato manager) e la politica. Lotta Continua. Ideali. Battaglie. Eccessive. “Ero un fanatico. Abbiamo usato parole di violenza inaudita senza avere avuto prova di colpevolezza per la morte dell'anarchico Pinelli", arrivò a dire un giorno in tv Pietrostefani. Una forte autocritica. Ma si è sempre proclamato innocente rispetto all'omicidio. Con gli ex militanti aretini di Lotta Continua i contatti, seppur sporadici, sono proseguiti nella discrezione massima. A Cortona si era sposato, nel 1991, con Gabriella. A celebrare il rito civile, l’allora sindaco Ilio Pasqui. Molti esponenti di sinistra frequentavano la villa. Al negozio del paese dove andava a fare spesa lo descrivevano come persona “cordiale e serena”. Erano pronti ad accoglierlo come concittadino. Poi la vita cambiò rotta.