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Arezzo, sette anni fa spariva Guerrina: corpo mai ritrovato. I familiari: "Uccisa ma senza una tomba". Gratien in cella, sopralluogo tecnico

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Il primo maggio 2014 a Cà Raffaello spariva Guerrina Piscaglia. Uccisa dal prete del paese, ha stabilito la sentenza della Cassazione. Ma gli anni rimbalzano sul mistero e non infrangono la cortina opaca che racchiude la completa verità. Non c’è una lapide sulla quale oggi posare un fiore. Il corpo della donna non è stato mai ritrovato e anche il settimo anniversario passerà senza certezze, oltre quelle giudiziarie. Ci sono gialli che anche dopo il punto dell’ultima pagina restano aperti. Questo è uno di quelli.

Originaria di Novafeltria, sposata con Mirco Alessandrini, mamma di Lorenzo, ragazzo d’oro affetto da disabilità, Guerrina in quel giorno di festa dopo pranzo andava a piedi alla canonica di Cà Raffaello. Un fazzoletto di terra aretina (comune di Badia Tedalda) incastrato nel territorio romagnolo, sarebbe diventato il teatro di un mistero italiano intrigante e irrisolto. 

La donna, 49 anni, era innamorata di padre Graziano, e fin dal mattino si erano scambiati una fitta corrispondenza di messaggi sui cellulari. Lei voleva vederlo. Sognava una vita con lui. Il sacerdote congolese il 20 febbraio 2019 è stato condannato in via definitiva a 25 anni di reclusione per omicidio e distruzione del cadavere. Uccise la donna quel giorno stesso, secondo i giudici. Ma non si sa né come, né dove e neanche se qualcuno lo aiutò. A tradirlo un cumulo di indizi. In particolare l’uso del telefonino della vittima, fin da subito. Desunto da certi errori fatti nell’invio dei messaggi, scritti come scriveva lui e uno di essi inviato, madornale sbaglio, ad un contatto della sua esclusiva rubrica. Il sacerdote africano, che la Chiesa ha prima difeso e poi progressivamente allontanato (è in atto l’ultima fase della riduzione allo stato laicale) sconta la sua pena a Rebibbia. Ma non ha mai confessato. Così la fine di Guerrina, nonostante il super lavoro investigativo del pm Marco Dioni e dei carabinieri di Arezzo, è rimasta avvolta da una fitta cortina di nebbia. Grotte perlustrate, laghi dragati, ossa esaminate, ruderi controllati, pozzi, cimiteri e fiumi setacciati. Niente. 

Con il dubbio rimasto irrisolto di un sacco gettato nei bidoni dei rifiuti lungo la strada Marecchiese, per il successivo viaggio senza ritorno verso l’inceneritore. Ipotesi e nulla più.

“Anche in questa triste ricorrenza siamo qui a ripetere il solito appello: Gratien Alabi ci dica dove ha messo Guerrina, dove possiamo ritrovare i resti”, dice Silvano Piscaglia, voce della famiglia d’origine della donna, che in quel periodo viveva in un misto di sogno e insoddisfazione. Oggi a Novafeltria sarà celebrata una messa di suffragio. 
Prosegue la vana attesa anche della famiglia Alessandrini: il marito Mirco, il figlio Lorenzo, i suoceri Benito e Giovanna con i quali Guerrina consumò l’ultimo pranzo. “Un’ansia che non finisce mai” dicono “il peso di non poter far visita ad una tomba dove portare un fiore e recitare una preghiera”.

Gli avvocati Nicola Detti e Francesca Faggiotto porteranno in tribunale la Chiesa come responsabile di quanto avvenuto: un pastore che doveva prendersi cura della pecorella e invece l’ha sbranata. Eliminata, dicono gli inquirenti, perché scomoda: una mina vagante che parlava di gravidanza e minacciava scandali. Un procedimento del genere contro l’istituzione ecclesiastica non si è mai visto prima d’ora nelle aule di giustizia. Il deposito della citazione deve essere perfezionato nelle prossime settimane. Prima udienza in autunno. Padre Graziano, il prete delle birre e delle prostitute che con una memoria si oppone alla espulsione dalla Chiesa, da parte sua non cede di un millimetro. Vive la sua vita di detenuto guardando al futuro, tra incubi e velleità di un processo di revisione. Muto custode del suo segreto.

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Un nuovo sopralluogo tecnico si è svolto nei giorni scorsi a Cà Raffaello e nelle zone circostanti su iniziativa della difesa di Gratien Alabi. Condannato in via definitiva, il congolese spera nella revisione del processo, alla quale lavora l’avvocato Riziero Angeletti. Le possibilità di una riapertura del caso passano attraverso due aspetti: la rilettura delle celle telefoniche che collocano l’ex prete in corrispondenza del cellulare della vittima nelle ore in cui sarebbe avvenuto il delitto; le testimonianze finora non rese da due frati presenti quel giorno nella canonica di Cà Raffaello. La perizia telefonica è sviluppata dal professor Maurizio Cusimano. Previsto, dopo la prima attività sul campo, un nuovo sopralluogo. Per la revisione del processo servono elementi di prova capaci di rimettere in discussione quanto sancito in via definitiva dalla Suprema Corte.