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Arezzo, licenziata dalla farmacia perché critica le misure anti Covid. Il giudice del lavoro: atto illegittimo, è diritto di opinione

Luca Serafini
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La dipendente della farmacia non si sentiva protetta dal rischio contagio nel luogo di lavoro e così un giorno dichiarò apertamente i suoi dubbi sulle norme anti Covid. Chiedeva ulteriori misure. Ma quelle esternazioni le sono costate il licenziamento dalla farmacia, dopo 15 anni di attività con contratto a tempo indeterminato. Era il marzo 2020, nella prima drammatica ondata della pandemia. Ora il giudice del lavoro di Arezzo, Giorgio Rispoli, ha accolto il ricorso presentato dalla donna contro il drastico provvedimento e lo ha dichiarato illegittimo.

Non è “giusta causa” ma esercizio del “diritto di critica”, stabilisce la sentenza dello scorso 27 aprile con la quale si impone al titolare della farmacia, una dottoressa, non il reintegro (questo scatta infatti nelle ditte con più di 15 addetti) ma il pagamento di sei mensilità, più tre di mancato preavviso e le spese di lite. La vicenda è ambientata nell’Aretino e la decisione del giudice Rispoli assume rilievo perché definisce un delicato aspetto al “confine” tra libertà di espressione e rapporto fiduciario con il proprio datore di lavoro. Le frasi incriminate riguardavano questioni attinenti alla sicurezza, in quel primo periodo della pandemia dove le farmacie erano tra i luoghi più esposti alla possibile circolazione del Coronavirus.

Di fronte a titolare, collaboratori e con il flusso di clienti in atto, la dipendente espresse insoddisfazione per il livello di protezione: “non ci vuole un gran cervello per fare le cose autonomamente come operare a battenti chiusi...”; riteneva infatti opportuno lo svolgimento del lavoro “a battenti chiusi”, modalità che evita il contatto diretto col cliente, con passaggio di soldi e prodotti attraverso feritoia. E a suo dire, quel tipo di provvedimento non era stato preso “per una questione economica”. Considerazione finale: “I dipendenti vengono sempre dopo”. Era il 25 marzo quando l’atteggiamento della lavoratrice fece scattare il licenziamento. La sua condotta fu ritenuta pregiudizievole del regolare rapporto di lavoro e, nella contestazione, riportate le sue frasi, si sosteneva la gravità di affermazioni “ingiustificate e infondate”.
Secondo il giudice del lavoro “le espressioni attribuite nella lettera di contestazione non sono idonee a determinare una lesione del vincolo fiduciario in essere nei confronti del datore di lavoro”. La sentenza riporta il concetto per il quale “ogni cittadino ha il diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto o ogni altro mezzo di diffusione” (art. 21 della Costituzione e Corte europea dei diritti dell’uomo).

E il principio “ha applicazione anche in ambito lavorativo”. Il giudice si pone la domanda se quell’uscita, anche vivace, della lavoratrice avesse i requisiti di interesse pubblico, di continenza espressiva e di verità. E la risposta è affermativa per tutte e tre le condizioni: era in atto una “emergenza pandemica senza precedenti”: c’era l’esigenza di “tutelare interessi di rilevanza giuridica”; l’espressione del pensiero, per quanto opinabile e discutibile, “non è trasmodata in una offesa della persona” con l’uso di “toni e parole volgari e offensive”. Insomma la lavoratrice anche quando mise in dubbio i livelli di sicurezza in farmacia e ipotizzò l’anteposizione di interessi economici alla salute, sarebbe rimasta “entro i limiti” nell’esercizio di una posizione critica che in quanto tale, “meramente soggettiva”, ha “carattere congetturale e non può essere asettica”. Nulla incide sulla decisione finale, poi, il fatto che il datore di lavoro abbia prodotto rassicuranti elementi per affermare di aver scrupolosamente osservato le disposizioni di legge per prevenire il contagio.

Anche perché, precisa il giudice, la lavoratrice con la sua esternazione non sosteneva che la titolare violasse la legge ma che non facesse abbastanza. Insomma, la dipendente, “percependo una situazione di insicurezza” si era fatta questa idea, la necessità di organizzarsi diversamente, e quel suo sfogo era volto a “suscitare una riflessione sulle determinazioni da adottare”.

Un altro rilievo era mosso alla lavoratrice: sarebbe rimasta nel retro a svolgere mansioni non sue rispetto al servizio al banco. Ma non è “insubordinazione”, dice il giudice, perché fin dalla contestazione non è provato che la dipendente avesse contravvenuto a un ordine. Non le era stato impartito: quindi non si è ribellata. La titolare, si legge in sentenza, ha di fatto tollerato il suo comportamento. Licenziamento, quindi, illegittimo.