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Piero Mancini a ruota libera sull'Arezzo in D, la Juve, il sapone anti Covid e il processo per il crac Ciet: "Non ho preso neanche una carriola"

Luca Serafini
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La rosa che tiene nel taschino non appassisce mai. Ritto in piedi davanti ai giudici del tribunale, Piero Mancini non si perde una battuta del processo che lo vede imputato. La storia è quella del crac Ciet. L’accusa è “bancarotta per distrazione”. L’imprenditore ed ex presidente dell’Arezzo si mostra sereno e fiducioso. Si affida alla difesa del suo avvocato, Maurizio Canfora, e prima del verdetto chiederà la parola per dire la sua verità.

Con l’udienza di ieri intanto è terminata l’istruttoria: nella prossima (17 maggio) il pm Marco Dioni pronuncerà la requisitoria, quindi le arringhe delle difese degli imputati, tra cui la figlia del patron, Jessica, e il nipote Giovanni Cappietti, difesi dall’avvocato Luca Fanfani. Ricostruite le complesse operazioni finite nel mirino della procura: movimenti di denaro tra società del gruppo (25 milioni in 10 anni) e un patrimonio, secondo il capo d’imputazione, spolpato. Denari dirottati, sempre per il pm, anche a beneficio del club amaranto che con Mancini ha scritto pagine esaltanti nel calcio dei big.

Presidente, l’Arezzo in D che effetto le fa?

“Dire che sono amareggiato è poco. Questa squadra è stata gestita malissimo. Una cosa penosa. Questi dirigenti non se ne intendono per niente. Via! Sono state prese scelte assurde, hanno allontanato figure tecniche di valore per arrivare a questo disastroso risultato”.

Scudetto all’Inter del suo ex allenatore Conte.

“Bene così. Una bella lezione alla Juventus di cui una volta era tifoso prima di quello che successe al mio Arezzo nella stagione 2006 / 2007: la Juve venne qua e ci volle massacrare, poi perse con lo Spezia e ci fece retrocedere. Una società di quel calibro dovrebbe essere imparziale e non distribuire punti a destra e a manca”.

Come ha vissuto questo periodo di pandemia?

“Con prudenza e precauzioni. Mi proteggo con il sapone Sole, quello di una volta, a pezzi. E’ formidabile e non lo cambierei con nulla altro”.

Il processo per la presunta bancarotta Ciet volge al termine.

“Io non ho fatto sparire soldi, non ho sprecato nulla, non ho comprato yacht o ville. Non ho preso neanche una carriola. Hanno frugato dappertutto senza trovare nulla. Ho perso anche la casa che mi aveva lasciato il mio babbo. Il mio gruppo non doveva fallire. Il mio è stato solo un errore tecnico: mi sono affidato alla legge Marzano sperando che davvero servisse a risollevare realtà industriali in difficoltà. Non era così. E intorno mi è stata fatta terra bruciata”.

Come finirà?

“Sono fiducioso. E sono certo, nella mia coscienza, di non aver fatto nulla per meritarmi una condanna. Ho sempre portato rispetto ai dipendenti e ai creditori. Ho lavorato quindici ore al giorno da quando ero ragazzo. Dal 2008 non faccio una settimana di ferie. Cosa faccio oggi a 73 anni? Continuo a lavorare grazie all’esperienza maturata negli anni. Devo lavorare perché non ho la pensione”.