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Arezzo, lavoro ripreso a Valentino Shoes dopo rogo. Addetti ospiti di Prada e a Montelupo. Verso avvisi di garanzia e dissequestro area

Luca Serafini
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La produzione di scarpe di Valentino Shoes Lab è ripresa dopo un mese di stop per il disastroso incendio di inizio aprile che ha raso al suolo la fabbrica di Levane. Da lunedì le calzature della celebre griffe sono di nuovo in catena. I lavoratori si sono divisi in due gruppi: ci sono quelli (60) che vanno ogni giorno in trasferta a Montelupo Fiorentino e quelli (65) che invece operano all’interno dello stabilimento di Prada in via Carducci, sempre nel comune di Bucine, grazie alla disponibilità di Patrizio Bertelli che ha concesso in locazione gli spazi necessari e i macchinari. Ad agosto, per equità, le due squadre di lavoratori si invertiranno le parti.

E in prospettiva c’è l’obiettivo della ricostruzione di un nuovo stabilimento nello stesso luogo dell’incendio. Prima si attende il dissequestro, poi sarà necessaria la bonifica, quindi si potrà passare all’edificazione in base ad un’intesa - le premesse ci sarebbero - tra Semilla (proprietaria dell’area e della fabbrica distrutta) e la società di Valdagno, che aveva la copertura assicurativa. L’intera operazione è da mettere a punto in tutti i suoi aspetti economici e tecnici, dopo l’affermazione di Valentino di voler proseguire la sua attività in Valdarno, dove si avvale di personale altamente qualificato. 

Dunque, dopo un mese di pausa obbligata, l’azienda riprende la produzione di scarpe sulla base del grosso ordinativo che aveva prima del disastro. Al momento la capacità produttiva sarebbe di circa 750 paia di scarpe sulle 1.300 realizzate precedentemente. Per far fronte alla grande richiesta, la commessa di lavoro è così andata appannaggio anche di altri laboratori e ditte del territorio aretino e oltre.

“Sì, l’attività lavorativa delle maestranze di Valentino è ripresa in base all’accordo sottoscritto con l’azienda”, dice Davide Scherillo della Femca Cisl che segue assieme alla Filctem Cgil la questione. “A Montelupo si recano 60 lavoratori, solo per la prima settimana divisi in due gruppi di 30, e raggiungono la destinazione in pullman: l’orario di produzione è dalle 15.30 alle 21.40, quindi sei ore dal lunedì al venerdì, ma l’azienda integra lo stipendio da 30 a 40 ore, riconoscendo come lavoro il trasferimento dal Valdarno a Montelupo, dove per accogliere i pendolari il personale si è organizzato in modo da coprire il turno della mattina”. 

Alle 21.50 il pullman riporta a casa i lavoratori di Valentino. “In via Carducci dove Valentino dispone in affitto degli ambienti di Prada, i 65 addetti sono divisi in due turni con orari 7 - 13 e 14 - 20 e l’accordo prevede che questa organizzazione proceda così fino al 13 agosto. Poi, dopo le ferie, ci sarà lo scambio con i colleghi che ora vanno a Montelupo”. La quadratura raggiunta è un esempio di necessità che diventa virtù. Sapersi adattare alla situazione di emergenza facendo ognuno la sua parte, con i sacrifici inevitabili ma nel comune interesse per remare tutti assieme nella stessa direzione.

Nel distretto delle calzature e della pelle del Valdarno, tra l’altro, si deve anche fare i conti - come del resto negli altri comparti economici - con gli effetti della pandemia sui mercati. Lo stesso colosso Prada, con spalle larghe e come si è visto anche spirito di solidarietà, paga lo scotto di un’Europa (30% della produzione) che stenta a riprendere vigore per restrizioni, chiusure e ripresa ancora da riaccendere.

LE INDAGINI

In arrivo avvisi di garanzia per l’incendio colposo che ha distrutto la fabbrica di Valentino Shoes Lab. La procura di Arezzo che indaga con il dottor Marco Dioni, starebbe ultimando l’indagine. E gli inquirenti starebbero stringendo sulle persone ritenute responsabili di omissioni, negligenze e imperizie che, secondo l’ipotesi, sono all’origine dello spaventoso incendio del 1° aprile. Le fiamme, è emerso, sono partite da un ambiente esterno dove si trovavano polveri di lavorazione: residui che potenzialmente possono dar luogo a scintille e quindi al fuoco se non correttamente tenute in sicurezza e smaltite con una particolare procedura. L’innesco colposo avrebbe poi trovato facile esca nella struttura realizzata con pannelli sandwich in poliuretano facilmente attaccabili dalle fiamme. Quando l’allarme scattò prima delle 24 era già troppo tardi per i vigili del fuoco per domare il rogo. L’inchiesta, svolta sul campo da vigili del fuoco e carabinieri, con rilievi tecnici e riprese delle telecamere, ha rapidamente preso la pista dell’origine colposa e non dolosa.

ROGO DOLOSO LEM

Proseguono nel massimo riserbo le indagini sull’incendio doloso che la settimana successiva a quello di Valentino ha distrutto lo stabilimento Lem sempre a Levane. L’attività coordinata dal pm Angela Masiello e svolta da vigili del fuoco e carabinieri ha permesso di appurare in modo certo la causa volontaria del rogo. Si seguono varie piste per risalire all’autore o agli autori. Tra gli elementi che fin da subito hanno suffragato l’ipotesi del dolo, una porta sfondata per appiccare le fiamme dentro.