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Arezzo, Franco Marinoni (Confcommercio): "Basta coprifuoco. Ristori irrisori a locali e negozi. Discriminati rispetto a chi ha il reddito fisso"

Luca Serafini
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Franco Marinoni, direttore generale di Confcommercio Toscana, ha fatto il pieno di blu nel mare dell’Argentario prima di rituffarsi nell’oceano di problemi del terziario. Emergenza sanitaria e una politica che non soddisfa.

La lancetta del coprifuoco sarà spostata avanti pare dal 16 maggio.

“Dalle 22 alle 23 è una sciocchezza. Se proprio deve essere, alle 24. Ma il coprifuoco va tolto. E’ un concetto proibizionista che richiama a tempi di guerra e non ha senso: basta con questa idea del virus che circola solo da un’ora in poi”.

Vuole il tana liberi tutti? 

“Il livello di guardia deve restare alto, non scherziamo, ma la lotta al contagio non si fa con il coprifuoco o con le proibizioni e le discriminazioni che abbiamo visto in questi mesi: sono state interdette attività come i ristoranti e i bar, e limitati certi esercizi commerciali mentre in contemporanea la gente continuava a girare e a sgomitare in supermercati affollatissimi e in treni, tram, autobus, metropolitane. Io non potevo andare a comprarmi camicia, cravatta e scarpe in un negozio di 40 mq, uno alla volta, distanziati, igienizzati, ma negli stessi 40 mq di un mezzo pubblico la gente era stipata come sardine. Assurdo”.<CF1403>

Ha parlato di discriminazione.

“Certo. Faccio un esempio: a Natale non potevi fare come regalo una sciarpa ma eri costretto, che so, a scegliere un profumo. Abbigliamento chiuso e profumerie aperte. Perché? Basta con provvedimenti così, basta coprifuoco. Non esiste che la gente e i ristoratori debbano fare corse contro il tempo, con il boccone in bocca... E’ follia. Discriminazione, poi, è anche quella tra locali con spazi chiusi e quelli con spazi aperti, neanche la metà di quelli esistenti, autorizzati a lavorare”.

Quindi?

“La questione riguarda distanziamento e aerazione: se un locale garantisce l’una e l’altra, perché deve rimanere chiuso? Devi farlo lavorare. Il passato ci ha dimostrato che il contagio saliva con i locali chiusi. Perché non è lì che il virus circolava ma in altri luoghi, in primis il trasporto pubblico dove si doveva investire di più”.

Categoria alle corde?

“C’è gente che è alla revolverata. Va fatta lavorare. Stare chiusi in casa due anni per poi uscire e scoprire che fuori non c’è più nulla, non è certo il risultato da centrare. Quindici mesi di pandemia possono ammazzare non meno del contagio. In ballo c’è la vita delle persone, posti di lavoro, pane per le famiglie che come associazione rappresentiamo. E talvolta ci tocca pure vedere l’insofferenza di chi, forte del reddito fisso, vive con fastidio le sacrosante rimostranze di coloro che si sono visti proibire per legge il lavoro e l’incasso ma non si sono visti far niente per bloccare le voci di costo. Le nostre imprese vivono di delicatissimi equilibri tra entrate e uscite: se da un lato non entra nulla ma hai da pagare affitti, imposte varie, smaltimento rifiuti, è un dramma. Che forse richiederebbe più comprensione da chi, grazie al reddito fisso, in questi quindici mesi, non ha cambiato nulla e, anzi, con meno occasioni di spesa, ha risorse in più. il commercio non è una casta che si culla nell’opulenza, i nostri imprenditori titolari di piccole imprese non hanno dietro magnati russi e capitali magari loschi, il loro capitale è il lavoro. Il cardine del nostro sistema. Se gli fermi il lavoro è la fine”.

Ci saranno pur stati dei ristori.

“Irrisori. Il nostro Paese era in grave difficoltà da prima del Covid, con enormi problemi di debito pubblico, quindi non può agire come la Germania che ha tenuto tutti a casa da novembre in poi ma con ristori adeguati al 75% del fatturato dello stesso periodo dell’anno normale. Da noi cifre irrilevanti. Chi ha perso 500 mila euro di fatturato ne ha ricevuti 10 mila: questa la proporzione. Una toppa all’italiana. Il ristoro che chiediamo è: fateci tornare a lavorare”.

Quante imprese, alla fine, non ce la faranno?

“Le ferite sono profondissime e in molti casi insanabili. Dei 22 mila esercizi pubblici di somministrazione in Toscana io non so se ne chiuderanno il 20 o il 50 per cento come dicono alcuni o altri: lo sapremo nei prossimi mesi. E’ urgente una vera ripartenza senza coprifuoco, senza limitazioni che non hanno senso”.

C’è tra la gente voglia di uscire, aggregarsi, consumare.

“Venerdì un migliaio di giovani si sono radunati in piazza Santa Croce a Firenze ed hanno improvvisato una discoteca all aperto, tra le camionette della polizia. Una iniziativa che si è trasformata in festa sfrenata per la grande voglia di riappropriarsi della propria vita che tutti abbiamo a partire dai giovani. Ecco, dico: a fronte di questo, occorre affidarsi in ogni campo, compreso il divertimento, a professionisti che si attengono alle regole e non ad abusivi che si improvvisano. La gente non va a letto per decreto e se insisti con il proibizionismo incoraggi le iniziative illegali. Quindi: aprire in sicurezza”.

I settori più in ginocchio?

“Il mondo degli eventi come matrimoni, congressi e il turismo; la ristorazione, somministrazione e pubblici esercizi; l’abbigliamento che vive di una stagionalità e deperibilità del prodotto: migliaia di capi invenduti che non saranno più buoni. Ma in ginocchio è tutto il commercio perché quando la gente è incoraggiata a stare a casa ne risente anche quel negozio che può stare aperto”.

Di utile cosa ci lascia la pandemia?

“Le comunicazioni a distanza, che per necessità abbiamo dovuto intraprendere sul lavoro, sono un patrimonio acquisito. E la solidarietà intorno agli esercizi di vicinato di cui in modo tangibile tutti hanno capito il valore enorme. Abbiamo visto troppe luci spegnersi, un impoverimento del tessuto economico, della quotidianità, della nostra vita. La gente se ne accorta ed ha compreso di più un mondo verso il quale spesso non c’era affetto”.

Vedremo Marinoni in politica?

“No. Io faccio un altro lavoro, dal 1993, in Confcommercio. Mi capita di incontrarmi con la politica e ne ho profondo rispetto, ma ne sto a distanza. E poi non esiste forza politica del tutto coincidente con gli interessi di una categoria”.