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Arezzo, infettata da trasfusione in ospedale 24 anni fa (epatite C): Ministero la risarcisce con 500 mila euro

Luca Serafini
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Era il 1997 quando prese l’epatite C per colpa di una trasfusione. Le fu somministrato sangue infetto in ospedale. A distanza di 24 anni quella che erano una bambina è diventata una donna e dopo una battaglia giudiziaria iniziata nel 2008 il Ministero della Salute è stato definitivamente condannato a risarcirle il grave danno permanente con una adeguata somma: circa 500mila euro. La sentenza del Consiglio di Stato è recente e per la paziente aretina è una sofferta vittoria ottenuta grazie alla tenacia dello studio legale Buricchi.

L’ultimo ostacolo da superare era la abnorme decurtazione che il Ministero pretendeva di operare sulla cifra riconosciuta alla donna. Il dicastero un tempo “alla sanità” e oggi “alla salute” voleva infatti sottrarre 375 mila euro dai 650 mila a lei riconosciuti e cioè i soldi riferiti all’indennizzo che spetta mensilmente all’aretina. Il calcolo era stato fatto fino a quando la donna avrà 85 anni, in base alla speranza di vita media di una persona sana, non malata. I giudici del Consiglio di Stato hanno fatto carta straccia di quella interpretazione fissando il calcolo in tutt’altra maniera, sulla base di un coefficiente proporzionato alle persone inabili. E la somma da togliere è molto inferiore. “La nostra cliente quando era ancora una bambina ed era curata tra il San Donato di Arezzo ed il Meyer, contrasse l'epatite C (virus HCV) in seguito alla somministrazione di sangue infetto” spiegano gli avvocati Carlo Buricchi, Stefano Buricchi e Laura Peruzzi.

“L'infezione le venne diagnosticata nel 1997. Riportò gravissimi danni alla sua salute”. E’ il marzo del 2008 quando inizia il processo civile davanti al Tribunale di Firenze per il risarcimento dei danni nei confronti del Ministero. La sentenza di primo grado del Giudice Luca Minniti arriva nell'aprile 2008. “Venne disposto un risarcimento record per un vivente di circa 650 mila euro dal quale però andava scomputato quello che la cliente aveva ricevuto nel frattempo e avrebbe ricevuto nel futuro a titolo di indennizzo mensile che le viene corrisposto in base alle legge 210/1992”, spiegano gli avvocati. Il Ministero della Salute, così, porta il caso in Corte di Appello e nel marzo 2016 i giudici fiorentini rigettano il ricorso confermando la sentenza di primo grado.

Il Ministero della Salute non fa ricorso in Cassazione e la sentenza passa in giudicato. Ma dallo Stato non arriva alla paziente neanche un centesimo nonostante il titolo esecutivo della sentenza. La vicenda si sposta così sul versante della giustizia amministrativa. “Abbiamo dovuto fare ricorso per giudizio di ottemperanza al Tar della Toscana” riprendono i legali. “Il Tar ci dette ragione e dichiarò ‘l’obbligo del Ministero della Salute di corrispondere alla ricorrente le somme oggetto della condanna di cui alla sentenza del Tribunale di Firenze n. 1519 del 2012, confermata dalla sentenza della Corte d’Appello di Firenze entro il termine di giorni 60’”. Il Tar in quella sede fissa una serie di ulteriori obblighi economici per il Ministero della Salute ma la cosa non fila come dovrebbe.

“Il Ministero pagò solo in parte le somme verso la povera ragazza pretendendo illegittimamente di defalcare la mostruosa somma di €.372.542,84, quella che la contagiata avrebbe riscosso a titolo di rendita ai sensi della legge 210/1992 dalla data della sentenza di primo grado fino agli 85 anni”. Di fatto venivano moltiplicati i 600 euro mensili per i mesi dal marzo 2008 in poi. “Un criterio ingiusto, stabilito sulla aspettativa di vita media di una persona in salute e non certo contagiata da epatite C con fegato in cirrosi e plurime patologie dal contagio derivate che com'è ovvio è ben inferiore)” osservano gli avvocati. “A quel punto siamo stati costretti a fare un incidente di esecuzione.

Il Tar Toscana con una sentenza pilatesca se ne è lavato le mani dicendo che non era competente per colmare la lacuna e non avrebbe potuto stabilire che il criterio che pretendeva di applicare il Ministero fosse illegittimo”. La storia infinita prosegue. “Noi non ci siamo arresi e abbiamo portato la vicenda davanti al Consiglio di Stato che ora afferma importantissimi principi di diritto dei quali potranno beneficiare anche tantissimi altri contagiati da emotrasfusioni infette”. Innanzitutto il Consiglio di Stato afferma la propria competenza a dare attuazione alla sentenza.

“Poi il Consiglio di Stato ed il Commissario ad acta (Direttore generale dell'Inps) hanno stabilito, dando una bella strigliata al Ministero che il giusto criterio per defalcare dal risarcimento la somma futura che il danneggiato percepirà a titolo di indennizzo è quello di capitalizzare la rendita e cioè moltiplicare l'importo annuale per un coefficiente ricavato dalle tabelle delle rendite per inabilità, nella versione fissata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Ciò comporta - sottolineano gli avvocati - una decurtazione più giusta pari a circa un terzo di quella che pretendeva di applicare il Ministero e favorevole al danneggiato”. La donna infettata 24 anni fa, dopo 13 anni di processi ha riscosso quanto le era dovuto qualche settimana fa.