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Arezzo, sit in per Helenia morta nello scontro prima della sentenza per l'automobilista che può essere prosciolto per sindrome Oas

Luca Serafini
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Un sit in per Helenia, la ragazza morta nello scontro frontale a Ristradella. Intendono organizzarlo familiari e amici della 29enne sulla cui tragica fine si sta celebrando il processo ad un 46enne aretino, M.C., accusato di omicidio stradale: il 6 novembre 2019 con la sua auto invase la corsia di marcia opposta mentre sopraggiungeva Helenia Rapini, che perse la vita in seguito al violento impatto che non poté evitare.

La difesa dell’automobilista chiede la non punibilità dell’imputato perché sarebbe stato “incapace di intendere e volere” al momento del fatto. Soffriva di Oas, sindrome delle apnee ostruttive del sonno, ha spiegato il consulente di parte, il dottor Pasquale Giuseppe Macrì ieri nell’udienza di ieri davanti al gup Giulia Soldini. Un malessere, argomenta l’esperto, e non una distrazione.

Si addormentò - questa la tesi - in modo improvviso, imprevedibile e inevitabile per quella patologia che non sapeva neppure di avere, sostiene il medico legale. Che ha sottolineato come l’uomo, nell’impatto, non riportò lesioni alle braccia, a riprova del fatto che si era accasciato al volante per il malore che lo rese privo di sensi. A difendere M.C., che ieri era in aula, sono gli avvocati Davide Scarabicchi e Giulia Brogi. Presa un po’ in contropiede la procura che tuttavia sostiene la tesi della velocità e della condotta di guida non corretta come causa della tragedia.

Ma il parere di Macrì (colpo di sonno patologico) potrebbe fare breccia ed è quello che il babbo di Helenia si augura non accada. Come lui i cari e gli amici della ragazza che prestava la sua opera al canile, era conosciuta e amata. Benché la famiglia non sia parte civile per l’avvenuto risarcimento, il genitore ha depositato una memoria con l’avvocato Francesco Valli che ieri ha potuto prendere parte all’udienza solo per ascoltare. Il legale con il suo atto ha sollevato dubbi sul fatto che l’incidente resti impunito: non sarebbe resa giustizia alla ragazza, sostiene.

E la questione della sindrome introdotta nel processo con rito abbreviato condizionato, avrebbe meritato di essere sviscerata in un dibattimento con testimoni e contraddittorio. Ieri sentito anche il medico che eseguì l’autopsia, Tommaso Candeloro. Il 14 settembre conclusioni e sentenza. All’esterno del tribunale si preannuncia una manifestazione in nome di Helenia. All’automobilista riconosciuta un’invalidità per la sindrome, usa un macchinario che lo aiuta nella respirazione. Ha la patente soggetta a revisione.