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Arezzo, terra e rocce con amianto dalla frana nella piazzola della E45 al deposito: Wwf trascina in tribunale Anas

Luca Serafini
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Il Wwf trascina Anas in tribunale come responsabile civile nella vicenda dei 120 metri cubi di terra e pietre contenenti amianto provenienti dalla piazzola franata lungo la E45 ad un deposito di Sansepolcro. La onlus grida al danno ambientale e punta a chiedere un risarcimento nell’ambito del processo penale che su riguarda sette imputati (tra cui due funzionari dell’azienda delle strade) e due società.

Era il 12 febbraio 2018 quando al km 151+580 della superstrada Orte - Ravenna, tra le due uscite di Pieve Santo Stefano, si aprì la voragine su un’area di sosta, caso per il quale è aperto un altro processo per disastro colposo, da definire come del resto quello per l’omessa manutenzione del viadotto Puleto. 

Successivamente alla frana il materiale inerte della scarpata venne rimosso per i necessari lavori sul tratto franato. Ma il materiale conteneva fibre di amianto e pertanto doveva essere trattato in modo appropriato, a norma di legge, come rifiuto speciale. Il cumulo trasportato da Pieve Santo Stefano a Sansepolcro fu oggetto di indagini della Forestale e a processo ci sono sette persone più due società. La novità di questi giorni è che il giudice Isa Antonietta Salerno ha autorizzato il Wwf a costituirsi parte civile nel giudizio ed ha recepito la richiesta dell’associazione ambientalista di tirare dentro al processo Anas - che non era sotto accusa - in vista di un possibile risarcimento danni. 

Gli imputati sono Antonio Scalamandrè, responsabile della manutenzione Anas per il compartimento Toscana e Rocco Oliverio, responsabile per Anas del tronco aretino della superstrada Coinvolti, poi, i due dirigenti della ditta Mariotti & Pieggi di Città di Castello che rimosse il materiale di scarto della frana su incarico di Anas; i due rappresentanti del laboratorio di analisi Ricciarelli di Sansepolcro che certificò la regolarità dei materiali stoccati a Sansepolcro; imputato, infine, il proprietario del terreno dove ne marzo 2018 la Forestale effettuò un blitz, con successiva perizia; in quei materiali c’erano valori di amianto sopra i limiti di legge. Questo perché sotto quel tratto tiberino della E45 a suo tempo era stato utilizzato nei lavori di costruzione materiale proveniente da una cava della zona dove gli interni estratti contenevano minerali con amianto. 

A giudizio nel processo che proseguirà il 4 ottobre ci sono la Mariotti & Pieggi e il laboratorio di analisi Ricciarelli. I reati contestati a vario titolo sono la gestione di rifiuti non autorizzata e il falso ideologico dei privati per aver attestato l’assenza di amianto nel materiale. La procura (titolare del fascicolo il procuratore Roberto Rossi) ipotizzò anche un illecito guadagno di circa 75 mila euro per il mancato smaltimento del materiale di scarto con l’amianto, che sarebbe costato 72 mila euro, 300 euro per tonnellata, potendo rimettere nel mercato i detriti al prezzo di 12 euro a tonnellata: 2.880 euro.

Quel presunto guadagno sarebbe il doppio di quanto Anas ha investito per la messa in sicurezza della frana, in tutto 39 mila euro. Nell’udienza dello scorso 10 maggio il giudice Salerno ha accolto la richiesta presentata dal Wwf con il suo procuratore speciale, l’avvocato Valeria Passeri del foro di Perugia, ed ha emesso il decreto di citazione diretta a giudizio per Anas, Mariotti GB & Pieggi e Citernesi Secondo Calcestruzzi (il deposito) rivendicando danni patrimoniali e non patrimoniali, morali e materiali. La onlus il cui celebre simbolo è il panda, legittimata dal giudice a partecipare al processo, dovrà dimostrare “danni specifici e concreti rispetto al generale interesse pubblico e all’integrità e salubrità dell’ambiente”.

Nello specifico, il funzionario Scalamandrè è coinvolto come stazione appaltante e produttore giuridico dei rifiuti, il collega Oliverio come direttore dei lavori. Sono difesi dall’avvocato Daiana Bernardini. Mirko Pieggi e Sandro Pieggi di Città di Castello sono qualificati come appaltatori, produttori materiali e trasportatori del rifiuto: sono difesi dagli avvocati Roberto Alboni e Tommaso Acuti. Fernanda Serafini di Sansepolcro, di Citernesi Calcestruzzi, è il destinatario del rifiuto ed è difesa dall’avvocato Piero Melani Graverini. Michela Ricciarelli, di San Giustino Umbro, e Carla Cherici di Sansepolcro, sono i tecnici analisti che si occuparono del materiale: difensore è l’avvocato Antonella Calussi.

Nel capo d’accusa, variamente distribuito, si legge: “raccoglievano, trasportavano e smaltivano rifiuti speciali pericolosi, 120 metri cubi di terre e rocce contaminate da amianto provenienti al cedimento della scarpata sulla Orte Ravenna”. E ancora: “avrebbero predisposto un rapporto di prova analitico chimica per aggirare le leggi in materia qualificando il rifiuto come sottoprodotto”. Ma l’amianto c’era eccome, dice il pm: fino a 3.470 mg/kg rispetto al limite di 1.000 mg/kg.